L'editoriale
All’Italia putinista non serve Vannacci. Il tipo fumantino e il passo azzardato
Se fosse vero, come pensano i più, che dietro l’uscita del generale Vannacci dalla Lega si proietta l’ombra di Putin ci dovremmo rallegrare per la sua, di Putin, scarsa sagacia. Che vantaggio potrebbe ricavare dall’indebolimento della sua fedelissima fazione all’interno della maggioranza di governo? Certo, si dice, Salvini non è capace di fronteggiare l’atlantismo diviso (metà europeo, metà trumpiano) della presidente del Consiglio; ma potrebbe farlo un Vannacci alla caccia di un pugno di voti fra un anno e passa?
Il primo atto dei vannacciani alla Camera, si segnala, è stato la presentazione di un emendamento da ultras putinisti con la richiesta, tanto imperiosa quanto inconcludente, di «soppressione totale dell’impegno da parte del governo dell’autorizzazione all’invio di nuove forniture e equipaggiamenti militari a favore delle autorità governative di Kyiv». Vero, ma non sarà piuttosto il tentativo di farsi notare dall’autocrate russo e conquistarne i favori? Oggi Putin dispone in Italia di quinte colonne ben agguerrite e senza scrupoli nella rivendicazione della libera espressione della menzogna e dell’inganno, tanto a destra quanto a sinistra, tanto nella terza Camera radiotelevisiva quanto nella quarta Camera social. Per lui ogni increspatura di dissenso in questo blocco rossobruno non è né vantaggiosa né desiderabile. Ma per esserne certi occorre aspettare le valutazioni dei transfrontalieri più autorevoli, quali Alessandro Di Battista o Angelo D’Orsi: quando torneranno dal prossimo viaggio a Mosca ci daranno notizie fresche e bollinate.
Perché allora Vannacci si sarebbe deciso a un passo così azzardato? Nella politica di oggi, in cui il complottismo pare la chiave interpretativa di ogni più o meno rilevante novità, può essere utile guardare le onde di superficie piuttosto che le acque profonde (ora che ci penso, Acque Profonde è il titolo di un thriller di Adrian Lyne, il primo dopo L’Amore Infedele, vedi). Quali possono essere allora le motivazioni del generale? Vannacci, si sa, è un tipo fumantino, certamente si sente superiore allo stato maggiore leghista da cui non è amato. E soprattutto si deve essere convinto dalla lettura di Libero, della Verità – e del Giornale dopo il cambio di direzione – che non c’è oggi nessuno migliore di lui che può interpretare politicamente l’umore reazionario dei lettori, e un domani degli elettori. Auguri, Generale.
Quel che è bene ricordare è che il putinismo non è un’ideologia di destra o una devianza di sinistra. È rossobruno per definizione: autoritario, anti-liberale, visceralmente anti-occidentale. Odia l’atlantismo, disprezza la democrazia pluralista, sogna a destra l’uomo forte che non deve chiedere mai, e cerca a sinistra chi rappresenti con la spietatezza necessaria la rivolta degli oppressi di sempre contro gli oppressori di sempre (ed ecco lo stalinismo rivalutato come clausola dissolutoria dell’imperialismo britannico e del nazismo hitleriano). Il putinismo è la sintesi dei due totalitarismi del novecento, il fronte unico dell’illiberalismo. In Italia poi! Se a destra il putinismo è arruffato e fanfarone, un po’ erede della commedia all’italiana, a sinistra è normalizzato. È una quinta colonna colta, televisiva, rispettabile. Parla di pace mentre giustifica l’aggressione, di libertà mentre relativizza la repressione, contestualizza i crimini, denuncia la “russofobia”. Il freno di Salvini al governo, l’acceleratore di Travaglio, Barbero e Santoro all’opposizione. A cosa serve Vannacci?
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