C’è chi, davanti a una disputa sull’energia nucleare, consulta studi scientifici, rapporti internazionali e dati tecnici. E poi c’è chi consulta direttamente il Tribunale civile di Roma, sperando che il giudice riesca finalmente a stabilire non soltanto chi abbia ragione, ma anche quanto debba costare un aggettivo poco gentile. La vicenda vede contrapposti Angelo Bonelli e Luca Romano, divulgatore favorevole all’energia nucleare conosciuto sui social come “L’Avvocato dell’Atomo”. Un nome che, bisogna riconoscerlo, sembra già predisposto per le aule giudiziarie: mancavano soltanto una toga, un contatore Geiger e una causa civile.
Secondo quanto contestato, Romano avrebbe definito i Verdi un partito di “irresponsabili” e “imbecilli”. Bonelli aveva ritenuto quelle espressioni lesive del diritto all’immagine, all’onore e alla reputazione. A suo giudizio, avrebbero prodotto anche un danno patrimoniale in termini di consenso politico, quantificato in 52mila euro. Una cifra molto precisa, perché evidentemente anche l’indignazione, quando è ben organizzata, dispone di un tariffario: tot euro per “irresponsabili”, tot per “imbecilli” e forse un piccolo supplemento per la diffusione sui social.

Il Tribunale civile di Roma, però, non ha accolto la richiesta. Secondo il giudice, le affermazioni contestate non avrebbero oltrepassato i limiti del diritto di critica politica. Erano certamente aspre, colorite e pungenti, ma inserite in un confronto su una questione di forte interesse generale: i rischi legati alla centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia e, più in generale, le posizioni degli ambientalisti sull’energia atomica. Insomma, non si discuteva delle abitudini personali di Bonelli, della sua puntualità agli appuntamenti o del modo in cui dispone le posate a tavola. Si discuteva di politica energetica, sicurezza nucleare e comunicazione del rischio. Argomenti sui quali, com’è noto, internet incoraggia da sempre la calma, la prudenza e l’eleganza lessicale. La sentenza ricorda che la critica politica può utilizzare toni duri e un linguaggio “colorito e pungente”, a condizione che non si trasformi in una pura aggressione – Il punto decisivo è il contesto. La critica non è cronaca neutrale è una valutazione soggettiva, che può risultare sgradevole, provocatoria e persino ingenerosa. Può dire, in sostanza, che una posizione politica è assurda senza dover aggiungere obbligatoriamente “con tutto il rispetto” e tre faccine sorridenti.

Nel caso di Romano, inoltre, il tribunale ha rilevato che le sue contestazioni non erano nate durante un accesso improvviso di rabbia digitale, ma si fondavano su fonti tecnico-scientifiche e sulle valutazioni di organismi indipendenti, come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Gli epiteti, quindi, erano inseriti all’interno di un’argomentazione. Poco diplomatica, certo, ma comunque riconoscibile come tale. Questo non significa che la sentenza abbia istituito il diritto universale di chiamare “imbecille” chiunque non condivida una certa politica energetica. Non è stato inaugurato un bonus insulto, né una zona franca lessicale in cui ogni offesa diventa automaticamente libertà di pensiero. Il giudice ha semplicemente ricordato che le parole devono essere valutate insieme al tema discusso, alla base fattuale e al bersaglio della critica. Chi entra nell’arena politica, del resto, sa — o dovrebbe sapere — che difficilmente verrà accolto da un coro di violini.

Rimane naturalmente una questione di stile. Era indispensabile usare la parola “imbecilli”? Probabilmente no. Si potevano impiegare formule più raffinate, come “soggetti caratterizzati da una non ottimale capacità di elaborazione strategica”. Il significato sarebbe rimasto simile, ma con il vantaggio di addormentare metà del pubblico prima della fine della frase. Il compito di un tribunale, tuttavia, non è premiare il buon gusto né assegnare voti in educazione civica. Deve stabilire se una frase sia illecita, non se sarebbe stata più elegante riscritta da un ufficio stampa. Tra una battuta sgradevole e una lesione giuridicamente rilevante esiste uno spazio ampio, spesso rumoroso e non sempre raffinato: si chiama libertà di critica. La richiesta di 52 mila euro è stata quindi rigettata. L’atomo non è stato processato, i Verdi non hanno ottenuto il risarcimento e la politica italiana ha scoperto, ancora una volta, che non ogni parola offensiva può essere convertita in denaro. Alcune restano semplicemente parole offensive. In democrazia, persino questo può essere un rischio da accettare.