Lo scaffale
Bukowski a Castel San’Angelo Un barbone contro il mondo
Davvero una grande prova che sta raccogliendo ovunque giudizi lusinghieri questo “Gioco di prestigio” di Luca Ricci (La Nave di Teseo), pietanza letteraria dai molti sapori e mille sfumature, romanzo godibilissimo, fantasioso e amaro: Ricci è scrittore ben noto, d’altronde, per una sensibilità particolare e una tecnica raffinata. La vicenda ha per protagonista una specie di barbone molto colto e super-disincantato che vaga per i vialetti di Castel Sant’Angelo dove incontra una donna. La storia tra i due è più grottesca che reale, lungo una sorta di dialettica sfuggente nella quale emergono i ricordi del protagonista.
Sono rimembranze di fallimenti, ma anche di rinunce volontarie, diremmo quasi francescane. Ecco la facoltà di Lettere a Pisa, «facoltà da sfigati», la passione per i racconti come «moto carbonaro che lega pochi maniaci della forma di storie poco lette», gli anni a Milano, i corsi di recitazione inutili e senza conseguenze, il sesso persino con i trans, vari portierati a Roma, i lavori precari. E bevute, soprattutto: «Sto per impazzire, perché tutti gli altri intorno a noi bevono. È la tragedia della mia vita. Da una parte c’è la bottiglia e dall’altra la poesia. No, bottiglia e poesia non si possono mettere dalla stessa parte. Checché se ne dica, sono gli alcolizzati che per nobilitarsi tirano in ballo questa accoppiata. Qualunque poeta ha imparato a proprie spese che la bottiglia è nemica della poesia. Bottiglia e poesia sono una il veleno dell’altra. La bottiglia è il veleno della precisione, la poesia è il veleno della fumisteria».
Tra citazioni coltissime, questo personaggio bukowskiano deambula per quella parte magnifica di Roma, affamato, puzzolente, sempre più con la testa in un altro mondo: «E d’altronde non si può fare a meno delle illusioni per campare. Anche il disincanto non è nient’altro che una forma particolarmente raffinata di illusione. Non è un illuso – il più tenero tra gli illusi – chi sostiene di non credere più a nulla? Il nichilismo è un’ideologia come le altre e nessuno può fare più a meno dell’amore. Magari anche solo per parlarne male, salvo poi scoprire che il batticuore è tornato». Il romanzo è pieno di frasi profonde e spesso ironiche. Il “gioco di prestigio“, ovvero la possibilità di riscatto, non riesce e forse nemmeno è cercato. Non mancano i colpi di piccone agli scrittori «bestselleristi», e qua e là alla realtà “politica” di oggi. Cosa resta? La poesia, «un piccolo granello di sabbia che rischia di inceppare il meccanismo del produci, consuma, crepa». E forse nemmeno quella, in questo dannato gioco di prestigio che non funziona mai.
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