“È morto. Solo. Dopo 17 anni di carcere duro. Era ancora giovane. È morto. Senza un conforto. Senza una carezza. Senza una preghiera. È morto come un miserabile. Eppure fu ricchissimo. Si chiamava Cosimo Di Lauro. Fu un camorrista spietato, vigliacco, sanguinario. Un vero terrorista. Nessuno mai lo amò. Nemmeno i genitori. Nemmeno i suoi fratelli. Suo padre firmò la sua condanna a morte”. Così in un post su Facebook Padre Maurizio Patriciello ha commentato la notizia della morte Cosimo Di Lauro, boss della camorra e figlio maggiore del capoclan Paolo, detto “Ciruzzo o milionario”, morto il 13 giugno nel carcere milanese di Opera.

Di Lauro, 49 anni, era recluso dal 2005, quando venne arrestato nel quartiere Secondigliano di Napoli, durante una delle più sanguinose guerre di camorra, la faida di Scampia tra Di Lauro e Scissionisti che provocò oltre 100 morti in otto mesi. “Giovani camorristi, fermatevi. Riflettete. Tornate indietro. Pentitevi – continua il post di Patriciello – Godetevi la vita. Il fantasma di Cosimo Di Lauro vi tolga la pace e il sonno. Fratello Cosimo, so che tanti ti augurano l’inferno. Io, povero prete, ti affido alle mani del buon Dio. Che abbia pietà di te e della tua vita scellerata. E abbia pietà di noi, costretti a convivere con chi, come te, ha insanguinato e insanguina la nostra terra generosa e bella”.

Cosimo Di Lauro è morto a 48 anni nella notte tra domenica e lunedì (12-13 giugno) nel carcere milanese di Opera, dove era ritenuto da tempo in regime di 41 bis. Il decesso stato comunicato attraverso una Pec al legale Saverio Senese questa mattina, pec nella quale veniva specificato che la morte era sopraggiunta alle 7.10. Le cause non sono state rese note ma, secondo le prime informazioni raccolte, sarebbe stato stroncato da un malore. Una morte per cause naturali ma sarà l’autopsia a far luce su tutto. In passato più volte i suoi legali avevano chiesto una perizia psichiatrica (istanza sempre rigettata dai giudici). Cosimo, secondo gli avvocati, da tempo rifiutava contatti all’interno del carcere. Rifiutava di sottoporsi a visite mediche e di presentarsi al colloquio mensile con parenti e, appunto, legali. Ma per gli inquirenti non era pazzo ma stava solo simulando per ottenere qualche agevolazione, considerati i numerosi anni di carcere che doveva scontare in regime di 41 bis.

“Ormai non rispondeva alle domande, era sempre sporco, assente; sin dall’inizio ho sempre avuto la sensazione che fosse uno squilibrato” riferisce l’avvocato Senese all’Ansa che dice di aver avuto l’ultimo contatto con il suo cliente quasi dieci anni fa quando era recluso nel carcere di Rebibbia. “Durante i colloqui mi fissava – ricorda Senese – ma dava la sensazione che non fosse in grado di comprendere. L’autorità giudiziaria riteneva stesse fingendo. Se così è stato allora era anche un grande attore…”. Nel 2015 venne presentata una denuncia al Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) ed al garante dei detenuti proprio per mettere in evidenza l’immobilismo delle autorità competenti nei confronti del suo stato di salute che, secondo una perizia di parte, era affetto da una grave patologia psichiatrica.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.