Sud
Credito d’imposta ZES 2026, il tema degli investimenti nel Mezzogiorno è tornato al centro
Il 31 marzo si è aperta la finestra per accedere al credito d’imposta ZES 2026. La comunicazione all’Agenzia delle Entrate potrà essere trasmessa fino al 30 maggio, secondo il calendario fissato per la misura. È un passaggio tecnico solo in apparenza, perché in realtà dice molto di più: dice che il tema degli investimenti nel Mezzogiorno è tornato, ancora una volta, al centro della politica industriale italiana.
La questione, però, non riguarda soltanto l’apertura di uno sportello. Riguarda il significato che questo strumento può assumere nel 2026. Per anni il Sud è stato raccontato quasi esclusivamente come terreno di ritardo, come spazio da colmare, come area da sostenere più che da attivare. La ZES, almeno nelle intenzioni del legislatore, prova a cambiare impostazione: non più solo compensazione degli svantaggi, ma costruzione di condizioni favorevoli per attrarre capitale, rafforzare impianti produttivi, consolidare filiere, rendere più conveniente investire.
Non è un dettaglio secondario, soprattutto perché la misura non vive più soltanto nel perimetro dell’urgenza. La legge di bilancio 2026 ne ha previsto l’estensione anche agli anni 2027 e 2028, con uno stanziamento di 2,3 miliardi per il 2026, 1 miliardo per il 2027 e 750 milioni per il 2028. In un Paese spesso abituato a incentivi brevi, intermittenti e poco leggibili, la continuità è già di per sé un fatto economico. Le imprese, infatti, non chiedono soltanto agevolazioni: chiedono soprattutto orizzonte, stabilità e possibilità di programmare.
Poi c’è il punto sostanziale. La ZES 2026 non è un beneficio simbolico. Riguarda investimenti realizzati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026, con un valore minimo di 200 mila euro e un tetto massimo di 100 milioni per ciascun progetto. È evidente, quindi, che non si parla di interventi marginali o di operazioni cosmetiche, ma di scelte che incidono davvero sulla struttura delle imprese: nuovi impianti, ampliamenti, sviluppo di capacità produttiva, rafforzamento logistico, modernizzazione di siti esistenti. Ed è proprio qui che il tema ZES si fa interessante anche sul piano culturale. Perché una misura del genere seleziona, inevitabilmente, un certo tipo di approccio. Funziona meglio per chi ha già una traiettoria industriale, per chi ha impostato un progetto coerente, per chi sa collegare il vantaggio fiscale a una scelta di crescita e non a una semplice occasione contingente. In altre parole, la ZES non sostituisce la qualità imprenditoriale: la mette alla prova.
Il punto non è quindi celebrare l’incentivo in sé, come spesso accade nel dibattito pubblico italiano, dove ogni misura viene presentata come risolutiva prima ancora di essere compresa. Il punto è capire se il sistema produttivo del Mezzogiorno saprà utilizzare questa finestra come leva per fare un salto di scala. Perché il vero nodo, oggi, non è tanto l’esistenza di strumenti. Gli strumenti ci sono. Il nodo è la capacità di tradurli in investimenti credibili, ben progettati, finanziariamente sostenibili e coerenti con una strategia industriale. Da questo punto di vista, la ZES 2026 rappresenta quasi un test di maturità. Per le istituzioni, che devono dimostrare di saper garantire regole chiare, tempi leggibili e continuità. Ma anche per le imprese, chiamate a uscire dalla logica dell’attesa e ad affrontare il tema degli investimenti con un livello più alto di preparazione. Il tempo in cui bastava inseguire l’agevolazione, infatti, si sta esaurendo. Oggi premia chi struttura, pianifica, documenta, decide.
E forse è proprio questa la notizia più interessante. La ZES 2026 non racconta soltanto una misura fiscale. Racconta un’idea possibile di Mezzogiorno: non più area da descrivere soltanto attraverso i suoi limiti, ma territorio da leggere per la sua capacità di produrre, attrarre, competere. È un cambio di sguardo che da solo non basta, naturalmente. Ma è un cambio di sguardo che vale la pena osservare con attenzione. Perché il Sud non ha bisogno di essere raccontato come una promessa eterna. Ha bisogno, molto più semplicemente, di condizioni che rendano conveniente investire e di imprese capaci di cogliere quel momento. La finestra apertasi il 31 marzo va letta così: non come una parentesi burocratica, ma come un passaggio che misura il grado di fiducia che il Paese è disposto a riconoscere al Mezzogiorno produttivo. E, soprattutto, il grado di fiducia che il Mezzogiorno è disposto ad avere in sé stesso.
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