Una nuova tegola si abbatte sull’ex Ilva di Taranto. Dopo la decisione dei giudici di rigettare la richiesta di proroga per l’attività dell’Altoforno 2 avanzata dai commissari al tribunale pugliese, ArcelorMittal ha convocato i sindacati per comunicare che chiederà un maggiore ricorso alla cassa integrazione, passando dagli attuali 1.273 lavoratori coinvolti nella recente proroga ad un totale di 3.500 dipendenti. L’Altoforno 2 è stato più volte sequestrato e dissequestrato nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella. I commissari chiedevano un anno di tempo per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata. La decisione è del giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra oggi e domani, 12 dicembre. Lo spegnimento dell’Altoforno è invece previsto per il prossimo 12 dicembre.

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Fim. Fiom e Uil “hanno rigettato la comunicazione avanzata da Arcelor Mittal e già a partire da domani, in occasione dell’incontro ministeriale, chiederanno con forza di fare chiarezza su una procedura di cassa integrazione che, di fatto, sostituirebbe l’attuale Cigo per crisi congiunturale con la Cgis facendolo diventare un problema di carattere strutturale”. E’ quanto si legge in una nota dei sindacati a proposito della comunicazione dell’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per 3,500 lavoratori. “E’ giunto il momento – continuano le sigle sindacali – da parte del governo e di ilva in As, al momento unici proprietari dello stabilimento siderurgico, di gare chiarezza sul futuro ambientale, occupazionale e industriale di un sito di interesse strategico per il Paese”.

Subito dopo la decisione di spegnere l’Afo2 si era già fatta sentire la voce dei sindacati, che prevedevano scenari drammatici per l’impianto pugliese. “Non voglio giudicare la decisione del Giudice – aveva dichirato il leader Uilm Rocco Palombella – ma ritengo che questa situazione sia l’ultimo tassello di una trattativa sempre più in salita, che vede allontanarsi una soluzione che vada nella direzione della tutela della salute, della salvaguardia dell’ambiente, della garanzia dei livelli occupazionale e della continuità produttiva”. “Con la fermata dell’altoforno 2 – aveva commentato a caldo il sindacalista – si prefigurano scenari preoccupanti che potrebbero portare fino alla chiusura dello stabilimento di Taranto e alla fermata degli altri siti italiani del gruppo. Questa decisione, inoltre, potrà inasprire il contenzioso tra Arcelor Mittal e lo Stato italiano”.