Lo scorso anno l’Unione delle Camere Penali e il suo Osservatorio sul Carcere avevano partecipato con straordinario entusiasmo alla iniziativa “Ferragosto in carcere”, promossa dal Partito Radicale. Centinaia di avvocati penalisti, unitamente a militanti e dirigenti radicali, decine di parlamentari e garanti territoriali avevano dato luogo a una mobilitazione su vasta scala visitando, a cavallo del 15 agosto, circa 80 istituti penitenziari, in 18 regioni italiane. Da Tolmezzo a Palermo, da Torino a Salerno, da Trieste a Bari, da Aosta a Reggio Calabria, passando per Roma, Milano, Napoli e Firenze. Una mobilitazione di grande valore civile che ha consentito di avere un quadro d’insieme del sistema penitenziario nazionale, smascherando l’ipocrita affermazione che in Italia non vi fosse sovraffollamento, una sanità penitenziaria carente, disagi e trattamenti detentivi disumani e degradanti.

Numerose, quindi, le interrogazioni parlamentari al ministro della Giustizia sulle gravi distorsioni riscontrate nelle numerose visite.
Dopo il flagello del coronavirus, che ha messo a nudo le criticità strutturali e organizzative del pianeta carcere nazionale e che ha imposto una rigida chiusura agli accessi esterni al carcere (su tutti colloqui familiari, colloqui avvocati, volontari) e la sospensione di tutte le attività trattamentali, in quei pochi istituti ove venivano tenute, dopo le rivolte, con la morte violenta di 13 detenuti (una delle pagine più brutte dei nostri giorni ancora avvolta nel mistero più profondo), con un elevato numero di suicidi sino a oggi registrato (ben 33 detenuti), ci saremmo aspettati una disponibilità rinnovata del Dap al Ferragosto in carcere 2020, promossa, ancora una volta, dal Partito Radicale. E invece il Dap ha autorizzato visite in carcere, pur in numero ridotto (due persone), in soli 5 istituti penitenziari. Una concessione che rende ancor più fosco il quadro già oscuro delle nostre prigioni.

Pur comprendendo le ragioni che hanno imposto la limitazione numerica delle delegazioni autorizzate alla visita, francamente non riusciamo davvero a darci una spiegazione razionale sulla scellerata decisione dei vertici del Dap – rinnovati dopo le sceneggiate messe in onda nella sanguinosa “Arena” televisiva di Giletti – di consentire le visite per il “Ferragosto in carcere” solo in 5 istituti su 198, come se i restanti 193 fossero già contagiati dal virus e si temesse di diffonderlo all’esterno. È davvero difficile comprendere una scelta così illogica quanto scriteriata che non aiuta il mondo carcerario a recuperare quella tranquillità già messa in discussione dalla privazione della libertà, dalla lontananza degli affetti familiari e che rischia di diffondere, tra i detenuti ed i detenenti, un virus ancora più violento e mortale del covid: l’indifferenza ed il silenzio verso un mondo posto al di là dei confini della nostra civiltà.

Eppure l’Oms, nelle linee guida appositamente predisposte per affrontare il pericolo contagio del coronavirus nelle carceri di tutta Europa, pur riconoscendo l’opportunità di limitare, temporaneamente e in via straordinaria, i contatti con il mondo esterno, ha segnalato i gravi rischi che l’isolamento prolungato possa comportare in termini di violazione dei diritti umani, ammonendo, infine, i governi di tutta Europa a non utilizzare il rischio epidemiologico per opporsi “all’ispezione esterna delle carceri e degli altri luoghi di detenzione”. Non siamo per nulla rassegnati dinanzi a queste restrittive decisioni del Dap e siamo mobilitati per procedere ad una campagna massiccia di visite, in numero non superiore a 2 persone, negli istituti penitenziari di tutta Italia a partire da settembre, convinti che il carcere non possa essere il cimitero dei vivi.