Quasi 27 milioni di italiani alle urne
Giustizia, partecipazione record: aperta la campagna elettorale per le politiche. L’impegno garantista si rafforza
C’è un dato che sovrasta tutti gli altri. Un dato politico, prima ancora che numerico. Il referendum sulla giustizia è stato un successo. Pieno. Netto. Inequivocabile. Hanno votato ventisette milioni di italiani. Una soglia che riporta la partecipazione referendaria dentro la grande storia civile del Paese. Non è una mobilitazione marginale. Non è un voto di nicchia. È una chiamata collettiva. A voler prendere sul serio la risposta popolare al quesito, la giustizia è una priorità nazionale. Un’urgenza percepita. Un tema che attraversa l’opinione pubblica ben oltre gli addetti ai lavori. E qui cade la prima, grande narrazione che ha accompagnato questa campagna.
Sbagliava chi, come l’Associazione nazionale magistrati e come Nicola Gratteri, ha sostenuto che la riforma dell’ordinamento giudiziario fosse materia tecnica, fredda. Che non interessasse ai cittadini. I numeri dicono il contrario. Dicono che questo è stato uno dei referendum più partecipati della storia repubblicana. Accanto ai grandi snodi civili — aborto, divorzio — e a breve distanza da quello sulla scala mobile del 1985. Altro che tema marginale. Certo, il risultato è opposto a quello di chi sosteneva la riforma Nordio. Milioni di Sì, milioni di No. Un Paese diviso, ma non indifferente. Ed è proprio questo il punto. Quando un tema divide così profondamente e mobilita così largamente, non può essere archiviato.
La riforma dell’ordinamento giudiziario torna, inevitabilmente, nelle mani del legislatore. Che sia questo Parlamento o il prossimo, è una variabile politica. Ma è difficile immaginare che la questione venga risolta in questa legislatura. Più probabile che diventi uno dei dossier centrali della prossima. Perché il referendum, di fatto, ha già prodotto un effetto. Ha aperto la campagna elettorale. Ha fissato nell’agenda pubblica parole che fino a ieri sembravano tecniche e oggi sono diventate popolari, diffuse: giusto processo, giudice terzo, separazione delle carriere, fine del potere correntizio. Non sono più formule da convegno. Sono diventate terreno di competizione.
In questo scenario, c’è anche una responsabilità che rivendichiamo. Quella del Riformista. Abbiamo seguito questa campagna animando decine di dibattiti e di incontri pubblici, pubblicando un istant-book e dedicando ogni spazio possibile del quotidiano. Siamo stati parte di questa battaglia. E rivendichiamo di aver combattuto quella giusta. Non per spirito di fazione ma per convinzione. Per cultura. Per una tradizione garantista che non accetta scorciatoie né zone d’ombra nel funzionamento dello Stato di diritto. Continueremo a farlo. Con un presidio vigile. Con attenzione costante. Da cronisti, certo. Ma anche da garantisti irriducibili. Perché dopo i quasi trenta milioni di italiani alle urne, una cosa è chiara. Se dobbiamo prendere alla lettera i proclami del centrosinistra, che rivendica di aver condotto una battaglia sulla giustizia e per la giustizia: ci siamo. Di giustizia giusta e malagiustizia, strapotere delle correnti e battaglie garantiste ci occuperemo da domani, se possibile, con maggiore forza e più grande attenzione.
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