Decine di migliaia di studenti, insegnanti, genitori e rappresentanti sindacali sono scese nelle piazze di Francia per rivendicare un diritto basilare: un’istruzione pubblica dignitosa. Classi sovraffollate, strutture edilizie spesso degradate e una cronica carenza di personale docente non sono invenzioni ideologiche, ma problemi quotidiani reali che meritano ascolto, risorse e risposte concrete da parte delle istituzioni. Tuttavia, ancora una volta, la voce legittima e composta di chi scende in piazza per difendere il proprio “droit à l’avenir”, ossia il diritto delle giovani generazioni di ereditare un mondo vivibile, giusto e dotato di opportunità concrete, rischia di essere soffocata dalle ceneri dei cassonetti bruciati e dal lancio di pietre.

I numeri emersi nel recente dibattito all’Assemblea Nazionale tracciano un bilancio drammatico: centinaia di feriti tra studenti, personale scolastico e agenti delle Forze dell’ordine. Di fronte a questo scenario, la condanna della banalizzazione della violenza deve essere profonda e rigorosa, come rimarca il Primo ministro francese Sébastien Lecornu. Non si tratta di liquidare gli episodi come semplici intemperanze giovanili o “effetti collaterali” inevitabili della rabbia sociale. C’è una responsabilità individuale e civile che non può venire meno, nemmeno quando si ha dalla propria parte la ragione delle motivazioni. Bruciare un portone o trasformare il finale di un corteo in una guerriglia urbana non ha nulla a che fare con il diritto allo studio; è un atto di pura distruzione che finisce unicamente per danneggiare gli stessi spazi e le stesse persone che si vorrebbero tutelare.

Occorre poi fare una riflessione chiara su un fenomeno che da troppo tempo avvelena le manifestazioni di piazza: la presenza costante e metodica di boicottatori. Frange violente e infiltrati che non cercano il confronto né il miglioramento di una situazione, ma sfilano al solo scopo di provocare il caos, attaccare le Forze dell’ordine e causare danni materiali. Questi non sono altro che veri usurpatori del diritto di protesta. Se oggi un genitore si trova costretto ad accompagnare il proprio figlio alle marce studentesche non (solo) per condividerne lo slogan, ma per il timore concreto che gli possa accadere qualcosa, occorre chiedersi di chi sia la colpa. E la risposta non risiede nell’operato della polizia, chiamata a intervenire e a reagire di fronte agli assalti violenti per tutelare l’ordine pubblico e l’incolumità collettiva. La colpa risale interamente a chi deturpa con la violenza il clima di un corteo legittimo, trasformando un momento di partecipazione civica in un pericolo per chi vi partecipa. È un cortocircuito culturale e politico devastante. Quando il vandalismo prende il sopravvento, a rimetterci sono sempre i pacifici. Le istanze giovanili vengono messe in secondo piano, coperte dalla cronaca degli scontri, mentre la politica si arrocca nella dialettica della contrapposizione.

Per spezzare questo circolo vizioso non servono slogan di maniera, ma responsabilità e visione. Come richiesto a gran voce da diverse componenti politiche e sociali, l’apertura di un tavolo sociale deve avvenire quanto prima. È urgente spostare il confronto dalle strade alle sedi istituzionali, creando uno spazio di dialogo reale in cui affrontare i nodi strutturali del sistema scolastico. La democrazia si alimenta della libertà di esprimere il proprio dissenso e di battersi per il proprio futuro. Ma per far sì che questa libertà rimanga agibile per tutti – e soprattutto per i ragazzi che sognano domani migliori – è indispensabile isolare chi usa la piazza come pretesto per la violenza e restituire voce e rispetto a chi chiede soltanto di poter costruire il proprio futuro.