L'intervista
Gli italiani dicono ‘No’, Di Gregorio: “Un voto che dice molto sugli umori del Paese. Ormai qualunque referendum viene personalizzato”
Luigi Di Gregorio, docente di comunicazione politica all’Università della Tuscia e analista dei processi elettorali, dà una lettura disincantata dell’esito referendario. Tra emozioni, mobilitazione e voto “spostato”, il referendum – spiega – ha detto molto di più sugli umori del paese profondo che sul merito della riforma.
Professore, che bilancio trae dall’esito del referendum?
«Credo intanto che non si faranno più referendum costituzionali senza i due terzi, questa è la prima cosa. Mi pare evidente, a meno che non vuoi tagliare di nuovo i parlamentari, in quel caso sì. In quel caso va sempre bene, anche la Costituzione lì si può tranquillamente stravolgere. Battuta a parte – ma poi tanto battuta non è, perché sono convinto che questa cosa avverrà – il dato sorprendente è la partecipazione. È stata una mobilitazione asimmetrica e forte».
Che cosa intende per mobilitazione “asimmetrica e forte”?
«Forte perché secondo me hanno spinto bene sulle due emozioni che mobilitano più di tutte: rabbia e paura. Tu con la speranza mobiliti meno. L’equivalente positivo sarebbe l’entusiasmo, ma non puoi mobilitare con entusiasmo una riforma della giustizia, è complicato. E quindi alla fine vince chi riesce a lavorare meglio su quelle leve emotive».
Questo significa che è sempre più difficile fare referendum su temi tecnici?
«Eh, lo so, però dobbiamo ormai prendere atto che qualunque referendum viene personalizzato. Qualsiasi. Dovevamo averlo imparato già dieci anni fa. Lì l’errore è stato pensare che non fosse così. In realtà ormai la logica è quella: sarà sempre un voto di sfogo sul leader che in quel momento è in carica. Il voto contro, poi, diventa un contenitore: ci metti dentro la guerra, la benzina, tutto. Non è più un voto sul merito».
Dunque non è stato un referendum sulla magistratura?
«Certamente no. Quando diventa un referendum su chi governa, ci finisce dentro tutto. Non era più un referendum sulla magistratura. Era un voto politico, nel senso di voto spostato rispetto al quesito. Conta chi attiva di più l’elettore. E in quei casi chi deve spiegare la riforma è svantaggiato: attiva meno, perché è più facile dire no che spiegare».
Si può leggere questo voto come uno scontro destra-sinistra?
«I dati ci dicono il contrario. Sembra che il no sia stato più trasversale del sì. Pare che abbiano votato no anche elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. Forza Italia sembrerebbe addirittura più alta di tutti, cosa abbastanza incredibile. Questo vuol dire che dall’altra parte hanno mobilitato bene, hanno spaventato bene. La paura è la regina delle emozioni».
E il voto metropolitano che cosa ci dice?
«Probabilmente significa che hanno votato di più anche i giovani. Una quota che di solito non va a votare e che invece stavolta si è attivata. E lì, per esempio, la guerra pesa. Quando il voto diventa politico e non sul merito, entrano in gioco tutte queste variabili».
Siamo dentro una forma di guerra cognitiva, come si dice oggi?
«Sì, è una battaglia cognitiva. Il voto politico, nel senso stretto, c’entrava poco. Era un agire sulle emozioni. Una riforma è una novità e le novità spaventano per definizione. Già un trasloco o un cambio di lavoro ci mettono paura. Se su quell’incognita costruisci un castello di emozioni negative, mobiliti. Chi propone una riforma può al massimo rassicurare, ma tra le due emozioni è più forte la paura».
Potrebbe essere più difficile gestire la vittoria che la sconfitta, per qualcuno?
«Per il centrodestra e il governo cambia poco. Per l’opposizione, invece, è più facile stare contro che costruire qualcosa. Hanno un bacino potenziale ampio, ma non hanno ancora una proposta strutturata. È sempre così: è facile coalizzarsi contro qualcuno, è molto più difficile costruire per. Quando devi passare dalla protesta alla proposta, emergono i problemi».
E il centrodestra che cosa dovrebbe imparare da questo risultato?
«Secondo me deve rimettersi a testa bassa sul governo, cercando di portare a casa qualcosa di importante e percepito come tale dai cittadini. E poi Giorgia Meloni deve ritrovare una chiave da protagonista vera in politica internazionale. In questa fase è stata, come tutti i leader europei, schiacciata tra decisioni altrui. Però il credito di fiducia che aveva costruito su quel fronte resta la carta più spendibile, insieme a risultati concreti, magari su sicurezza e temi percepiti come prioritari».
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