Si parla inevitabilmente di Iran anche a Key Energy, uno dei principali eventi a livello europeo dedicato alla transizione energetica. È lì, a Rimini, che incontriamo Raimondo Grassi per parlare di autonomia energetica, di nucleare e di minacce missilistiche. Architetto, imprenditore nel settore energetico, docente universitario e vicepresidente di una società aerospaziale, Raimondo Grassi è tra i pionieri italiani nella progettazione di grandi impianti da fonti rinnovabili. Ci aiuta a capire il rapporto tra guerra, petrolio, sicurezza e autonomia energetica.

Ogni volta che scoppia una guerra il petrolio sale e l’Europa entra in crisi. Non è la dimostrazione che l’Occidente è energeticamente fragile?
«Assolutamente sì. L’Europa ha costruito negli ultimi trent’anni un sistema energetico fragile perché ha pensato che la globalizzazione avrebbe garantito sempre stabilità. Non è così. La realtà è che chi non produce energia propria è geopoliticamente vulnerabile. Dispiace constatare che siamo passati dall’ essere inventori e produttori dell’ energia nucleare negli anni ‘60 al nulla di oggi. Ogni crisi internazionale si trasforma immediatamente in inflazione, perdita di competitività industriale e impoverimento delle famiglie».

Se il petrolio superasse stabilmente i 120 dollari al barile cosa succederebbe in Italia?
«Succederebbe quello che purtroppo abbiamo già visto: prezzo dei carburanti alle stelle, costi industriali in aumento, inflazione, imprese che perdono competitività. L’Italia ha un sistema industriale forte ma energivoro. Se l’energia costa troppo, il rischio è la deindustrializzazione, e infatti gli ultimi dati diffusi da Terna confermano un minor uso di energia da parte delle industrie: un indicatore significativo».

L’Europa dice di aver imparato dalla crisi del gas russo. È davvero così?
«Francamente no. Abbiamo sostituito una dipendenza con altre dipendenze: dal gas liquefatto americano, dal Medio Oriente o dal Nord Africa. La vera soluzione non è cambiare fornitore. La vera soluzione è produrre energia in casa».

L’Italia è davvero preparata a difendere le proprie infrastrutture energetiche?
«Negli ultimi anni la consapevolezza è cresciuta, soprattutto dopo alcuni episodi internazionali che hanno dimostrato quanto le infrastrutture energetiche siano vulnerabili. Ma la vera sicurezza energetica non è solo difendere gasdotti e porti. È produrre energia sul proprio territorio».

Potremmo diventare un hub energetico ?
«Potremmo, ma ad oggi non lo siamo ancora. Per diventarlo bisogna fare due cose: produrre più energia sul territorio nazionale, investire in infrastrutture energetiche moderne. Siamo al centro del Mediterraneo: è una posizione strategica straordinaria. Ma la strategia va costruita».

Se la crisi energetica globale durasse dieci anni l’Italia reggerebbe?
«Solo se cambiamo approccio. L’energia non è solo un tema economico, è una questione di sovranità nazionale. Dobbiamo smettere di affrontare il tema con ideologia e affrontarlo con pragmatismo. Serve una politica energetica nazionale che supporti gli imprenditori. Perché la verità è semplice: un Paese che non controlla la propria energia non controlla il proprio futuro».

Lei opera anche nel settore aerospaziale. I missili balistici iraniani potrebbero arrivare fino all’Italia?
«Dal punto di vista strettamente tecnico, sì. Potrebbero. Le tecnologie missilistiche attuali hanno portate intercontinentali o comunque regionali molto ampie e l’Europa rientrerebbe nei loro raggi d’azione. Non conosco però nel dettaglio le tecnologie in possesso degli iraniani».

Dunque siamo davvero a rischio?
«Non bisogna alimentare allarmismi. L’Italia è parte del sistema di difesa della NATO e rientra in un sistema multilivello di deterrenza e intercettazione. Il vero punto però è un altro: la sicurezza non si costruisce solo con gli armamenti, ma con la diplomazia e con l’equilibrio internazionale. Io resto convinto che la strada più intelligente sia quella della stabilità geopolitica. Un Paese che dipende totalmente dall’estero è inevitabilmente più vulnerabile anche dal punto di vista strategico».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.