Con gli Stati Uniti concentrati sull’Iran, la Cina si trova di fronte a diversi punti interrogativi. A molti rischi, ma anche a potenziali vantaggi. Superato lo shock iniziale dell’attacco firmato Donald Trump e Benjamin Netanyahu, i vertici di Pechino hanno iniziato a studiare le mosse di Washington.

I più alti funzionari del presidente Xi Jinping affermano la necessità di una piena libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ieri, il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha ribadito la “profonda preoccupazione” della Cina e che “fermare il fuoco e porre fine ai combattimenti è la priorità più urgente”. Per una superpotenza alla continua ricerca di gas e petrolio, la rotta del Golfo Persico deve essere sempre aperta e il flusso di energia non deve mai interrompersi, a maggior ragione se di un partner strategico come l’Iran. Ma nel pieno vortice della tensione, Xi (che attende Trump a Pechino il prossimo mese) vuole anche capire come sfruttare a proprio vantaggio questo conflitto. E secondo il Financial Times, la Repubblica popolare vede in questa crisi un’opportunità strategica.

Innanzitutto, a livello diplomatico: la Cina può di nuovo presentarsi come una potenza stabilizzatrice a fronte di un’America imprevedibile. Inoltre, lo spostamento di forze americane dal Giappone al Golfo Persico e la necessità di dispiegare il sistema Thaad dalla Corea del Sud verso i partner mediorientali non rivoluzionano la sostanza dell’impegno Usa in Asia. Tuttavia, per i funzionari cinesi queste mosse hanno un carattere simbolico significativo. E questo potrebbe riguardare anche uno dei dossier più importanti per il Dragone: Taiwan. Il ministro della Difesa di Taipei, Wellington Koo, ieri si è detto sicuro dell’”elevato” senso di urgenza di Washington per le necessità militari dell’isola. Un modo per rassicurare sui notevoli ritardi nella consegna di aiuti bellici, in particolare dei caccia F-16V. Ma il pericolo è che gli Stati Uniti, proiettati in Medio Oriente e costretti a garantire altri partner, specialmente le monarchie del Golfo, perdano di vista il Pacifico. Un’area in cui la Cina, invece, continua a blindarsi e a cercare di essere sempre in vantaggio rispetto all’America.

Per raggiungere questo obiettivo, uno degli strumenti di Pechino è quello di conoscere tutti i “segreti” di quell’oceano. Per Taiwan News, infatti, la Cina ha iniziato da diverso tempo a mappare tutte le profondità del Pacifico, ma anche dell’Oceano Indiano e dell’Artico. Negli ultimi due anni, almeno otto navi da ricerca hanno effettuato indagini sui fondali e rilevamenti in grado di fornire agli strateghi della Repubblica popolare una conoscenza quasi perfetta di quei mari. Una decina di imbarcazioni, invece, naviga con a bordo strumenti per le mappature e sensori. Secondo gli esperti, questo lavoro si è concentrato al momento soprattutto sulle acque a est delle Filippine, fino all’isola di Wake, Guam e le Hawaii.

Gli analisti ritengono che questo sia il primo passo di un’indagine che dia alle forze armate della Repubblica popolare uno sguardo completo su tutta l’area della “prima catena di isole”, dal Giappone a Taiwan fino al Borneo. Ma l’obiettivo di arrivare anche all’Artico e all’Oceano Indiano conferma come l’ambizione cinese sia molto più elevata. In Australia, ma soprattutto negli Stati Uniti, è già scattato l’allarme sul vantaggio che potrebbe avere Pechino a livello militare rispetto alle forze di Washington e quelle delle altre potenze rivali. Per l’intelligence e gli esperti occidentali non c’è dubbio: questa attività serve a preparare il terreno operativo per qualsiasi attività sottomarina, per la guerra antisommergibile e per osservare le unità nemiche. E con Trump che deve spostare l’attenzione su altri settori del mondo, dall’America all’Europa al Medio Oriente, il Pacifico rischia di scivolare al secondo posto rispetto all’agenda strategica Usa. E lo stesso vale per un Artico che, con le mire del tycoon sulla Groenlandia, sembrava al centro dei pensieri di Washington. Al punto da mettere in dubbio la stessa Nato e l’alleanza con l’Europa.