Esteri
Xi Jinping ricicla la propaganda comunista. Il discorso di Capodanno tra pace, tecnologia e la questione Taiwan
Anche il presidente cinese Xi Jinping a fine anno si è cimentato in un discorso alla nazione, e il suo messaggio rivolto ai concittadini – più di un miliardo di persone – come prevedibile ha assunto toni a dir poco trionfalistici. Tanti i risultati e i successi elencati da Xi: tra tutti, la conclusione del quattordicesimo Piano Quinquennale per lo sviluppo economico e sociale che, a detta sua, è stato superato “con impegno, coraggio e determinazione” e ha visto realizzate le missioni prefissate.
Il quindicesimo Piano 2026-2030 è già stato presentato e – a differenza del precedente – non vede più come obiettivo prioritario la crescita del PIL, bensì pone al centro la sicurezza economica e l’autonomia tecnologica. Una scelta precisa, perché la Cina che s’appresta a iniziare il 2026 – l’Anno del Cavallo secondo lo zodiaco cinese – vuole un piano resiliente e scalpita nella competizione con gli Stati Uniti. Pechino sa che a lungo termine a vincere non sarà chi “controlla” il commercio o la finanza, ma chi domina l’Intelligenza Artificiale, il digitale e le nuove tecnologie.
In parallelo alla strategia industriale, però, Xi sfodera anche l’elemento militare, condito dalla propaganda. Per ogni Stato comunista che si rispetti, si sa, l’indottrinamento del popolo passa anche attraverso gloriose re-interpretazioni della Storia. E allora, se da un lato Xi ricorda che la Cina “collabora con tutti i Paesi per promuovere la pace e lo sviluppo nel mondo”, dall’altro afferma che le ennesime esercitazioni militari intorno Taiwan sono state completate. Da tempo l’Esercito popolare di Liberazione conduce tali operazioni attorno all’isola de facto indipendente, “da 20, 25 anni”, ha dichiarato il Presidente statunitense Donald Trump, che si è detto ad oggi non preoccupato. Eppure, la “Missione Giustizia 2025” appena terminata è andata ben oltre gli standard precedenti: anche con fuoco vivo, sono stati simulati degli attacchi a obiettivi marittimi e un vero e proprio blocco navale dei porti.
“La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza dei nostri tempi, è inarrestabile”, ha detto Xi, lasciando intendere che la Cina è pronta ad annettere con la forza l’isola qualora le prospettive di una riunificazione pacifica dovessero sfumare. Taiwan – una democrazia giovane, ma con gli indici di libertà più alti al mondo – non accetta la versione del Partito comunista per cui, non si sa bene secondo quale base storica, dovrebbe appartenere alla Cina. Brucia ancora a Pechino quanto accadde nel 1949, durante la guerra civile: mentre nel territorio continentale Mao proclamava la nascita della Repubblica popolare cinese, due milioni di nazionalisti si rifugiarono nell’isola, dichiarandosi unici veri portatori della tradizione cinese, ben diversa dal credo comunista.
A fronte di una Cina che appare sempre più pronta ad attaccare, si preannuncia un 2026 cruciale per il destino di Taiwan. Tra Pechino e gli alleati principali di Taipei – Tokyo e Washington in primis – la pressione è alta. Basti pensare alla scelta del Primo ministro del Giappone, la conservatrice Sanae Takaichi, di stanziare ben 48 miliardi nella Difesa: questa Cina così aggressiva minaccia l’instabilità commerciale, economica, politica di tutta la regione, a partire dallo Stretto di Taiwan. In parallelo, gli Stati Uniti continuano a fornire armamenti. Insomma, la situazione è critica, e il discorso di Xi non ha contribuito di certo a stemperare la tensione.
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