Il ricordo
I figli dei detenuti mi fanno ripensare a quando ero in orfanotrofio e tentai il suicidio. Lettera dal carcere, dove l’amore è qualcosa di sbagliato

Sono nato in un orfanotrofio in Honduras, e fino agli 8 anni ho pochissimi ricordi. Credo che si tratti di una difesa della mia mente, che per non impazzire ha preferito dimenticare la tanta sofferenza vissuta. A 8 anni, assieme a tre miei compagni di dolore, decidemmo di scappare, per cercare le nostre famiglie, ma ci ritrovammo invece in una condizione di bambini soli e abbandonati. Fui fermato dalla polizia e portato in un altro orfanotrofio, stavolta in Messico, senza più nemmeno la compagnia dei tre bambini che erano fuggiti con me. Scappai nuovamente, ma solo e senza alcun obiettivo né speranza per il futuro, decisi di farla finita. Non ci pensai due volte, e mi buttai da un ponte. Mi svegliai dopo 9 giorni di coma, con le flebo attaccate al braccio in un letto d’ospedale.
Dall’orfanotrofio al carcere
Se provo a ricollegare la mia infanzia in orfanotrofio alla mia attuale vita in carcere, trovo una strana coincidenza. In orfanotrofio potevo ricevere le cosiddette “visite familiari” tre volte l’anno. Anche in Italia la somma dei colloqui – 6 ore al mese – è di tre giorni l’anno, ma quando si parla di affetto e di amore in un Paese civile come l’Italia, non si dovrebbe essere così avari. Non avendo mai avuto nessuno che si occupasse di me, nella mia vita non ho mai sperimentato l’amore. Tante volte mi sono domandato cosa fosse, se davvero esistesse, e ho trovato la risposta soltanto quando ho conosciuto la donna che è diventata la mia compagna, la mia unica famiglia, così importante per me che non smetterei mai di ringraziarla: per il bene che mi dimostra, per il fatto che non mi giudica.
Ogni volta che la sento al telefono, mi sento finalmente parte di una famiglia. Ogni volta che viene a colloquio, e che vedo i figli degli altri detenuti, ripenso a quando ero in orfanotrofio. Questi bambini non sono orfani, ma li fanno sentire tali, perché il tempo per stare con i loro padri è troppo poco, e a colloquio non possono fare nulla che li faccia sentire parte di una famiglia completa. Una cosa, proprio non riesco a capire fino in fondo: in America Latina ho sentito parlare dell’Italia come di un Paese evoluto, ma allora come è possibile che chi è privato della libertà venga privato anche dell’amore? Ma allora l’amore è qualcosa di sbagliato?
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