Gli ideali di Gianroberto Casaleggio sono stati traditi e in Commissione Antimafia decide tutto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Queste le motivazioni che hanno portato la deputata siciliana Piera Aiello a dimettersi dal Movimento 5 Stelle. E soprattutto, a essere traditi, gli ideali del giustizialismo e dei “manettari”. Aiello, già conosciuta come “la deputata senza volto” in passato, perché testimone di giustizia sotto scorta, è vedova del figlio di un boss. A raccogliere le sue parole Paolo Borsellino. Dopo la sua collaborazione Aiello lasciò la Sicilia e cambiò nome.

La parlamentare ha reso nota la sua decisione in un lungo post su Facebook nel quale ha citato proprio Borsellino: “’Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo’, ebbene ho la netta sensazione che non è la guerra quella che il Movimento ha fatto in questi due anni”. La deputata – che comunque continuerà la sua attività parlamentare – sembra stia parlando di un altro partito e non della formazione più manettara e giustizialista che la Repubblica abbia mai conosciuto.

GLI ATTRITI CON BONAFEDE – Non c’è feeling con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e con la sua gestione della Commissione Parlamentare Antimafia, della quale Aiello fa parte. “È sempre il ministro a decidere tutto e sicuramente non in autonomia, poiché il 90% degli emendamenti portati in commissione e poi in aula vengono bocciati e spesso senza alcuna motivazione valida”, ha scritto la deputata. “Sicuramente sono state fatte leggi importanti come lo ‘Spazza corrotti’’, il ‘416-ter’, la ‘riforma della prescrizione’, l’inserimento del ‘Troyan’ come strumento per le intercettazioni – ha riconosciuto la deputata – ma di fatto rese vane nel momento in cui vengono mandati agli arresti domiciliari ergastolani del 41bis tramite una semplice circolare concordata con gli organi del Dap e il ministro Bonafede”. E a questo punto  la deputata si spinge anche oltre, senza tener conto dell’emergenza coronavirus, dei numeri del sovraffollamento delle carceri, delle condizioni critiche ed estreme nelle quali versano alcuni istituti: “La suddetta circolare manda infatti agli arresti domiciliari pericolosi criminali, che hanno ucciso anche bambini, solo perché ammalati e ultra settantenni. Non nego il diritto sacrosanto alla salute, ma così come è stata applicata la legge riguardo l’ormai defunto Boss Corleonese Totò Riina, curato fino all’ultimo giorno in carcere, così doveva e deve avvenire per tutti gli altri boss mafiosi, altrimenti dov’è il diritto dell’essere uguali di fronte alla legge che tanto viene evidenziato nelle aule dei tribunali? Come può un cittadino fidarsi dello Stato se viene messa in pericolo in primis la propria sicurezza? I testimoni e i collaboratori che hanno contribuito al loro arresto come possono avere certezze di sicurezza? E chi vuole iniziare questo percorso di legalità come può davvero affidarsi allo Stato, se quest’ultimo non dimostra stabilità rendendo effettiva la pena di persone che hanno ancora le mani sporche di sangue?”

I COLLABORATORI – Centrale nelle critiche al partito la condizione dei collaboratori e testimoni di giustizia, che “vivono da anni in un sistema di protezione che tutto fa fuorché proteggerli”. In passato Aiello aveva paragonato testimoni e collaboratori ai deportati nei campi di concentramento. “Il nostro sistema di protezione, sulla carta, è uno dei migliori esistenti al mondo, ribadisco sulla carta – continua – perché molto spesso viene disatteso modificando e subordinando la vita dei protetti e dei familiari agli interessi economici dello Stato. I testimoni e i collaboratori sono delle semplici pedine lasciate allo sbando senza alcun supporto psicologico”.

L’UTOPIA CASALEGGIO – “Negli anni mi ero appassionata a Gianroberto Casaleggio – racconta Aiello – uno dei padri del Movimento 5 Stelle, per le sue idee innovative, in cui era palese la voglia di un cambiamento concreto nell’ambito politico”. Che continua a spiegare: “Chiunque avesse deciso di candidarsi in nome di questi ideali avrebbe dovuto essere un cittadino modello, giusto e osservante delle regole e delle leggi e con una fedina penale limpida. Solo in questo caso il Movimento mi avrebbe rappresentata, anche perché negli anni si era battuto in nome della verità, della giustizia e della legalità affiancando i testimoni di giustizia e addirittura accompagnandoli e ascoltandoli in commissione parlamentare antimafia. Ma se ad oggi mi trovo a scrivere tutto ciò è perché, in due anni, di questi ideali non ho visto attuare neanche l’ombra”.