Se noi oggi possiamo discutere comodamente di diritto internazionale, è perché qualcuno ci tiene al sicuro, lasciando la guerra lontana da noi. Nelle molte analisi sulla situazione iraniana, il grande assente è la Cina che, in silenzio, osserva i suoi alleati cadere uno ad uno. Dal Venezuela all’Iran, quello a cui stiamo assistendo non è la “follia” di un uomo (Trump) ma un progetto di deterrenza e riassetto che allontana concretamente lo spettro di un conflitto molto più duro e che ha un nome: riunificazione.

Pechino non ne ha mai fatto mistero, Taiwan deve essere considerata una provincia cinese e, data l’importanza militare ed economica dell’isola, l’unico modo immaginabile per raggiungere tale obiettivo rimane la guerra. Le recenti azioni di Trump hanno origine lontana quando, nel 2009 con Barack Obama, la politica estera statunitense rivede le proprie prerogative con il famoso “pivot to Asia”: il grande sfidante non è più Mosca, ma Pechino. Le mire espansionistiche cinesi sono chiare, dalla nuova via della seta che macina l’Africa e non solo (nel 2019 Conte ci portò quasi all’adesione) alla proiezione nel Pacifico impedita da Taiwan.

Tuttavia la Cina dipende per il 70% da importazioni petrolifere estere. Una parte rilevante del greggio arriva da paesi sanzionati, come Iran e Venezuela, spesso con triangolazioni commerciali. In tempo di pace questo sistema consente alla Cina di aggirare i blocchi e mantenere stabili le importazioni. In caso di guerra, però, con consumi energetici molto più alti e mercati inevitabilmente politicizzati, molti fornitori, come il Brasile o l’Arabia Saudita, potrebbero non garantire le stesse forniture, trovandosi all’interno dell’equilibrio strategico occidentale. In questo quadro si spiega anche la prudenza di Donald Trump verso Vladimir Putin: chiudere ogni canale con la Russia significherebbe rischiare di consegnare definitivamente a Pechino uno dei maggiori serbatoi energetici del pianeta.

La partita si focalizza anche sul controllo degli stretti e quindi sulle rotte di approvvigionamento: le forniture cinesi passano dallo stretto di Malacca presidiato da Usa, Giappone, Australia e India e da Hormuz. Controllando entrambi gli sbocchi, in caso di guerra per Taiwan, non sarà necessario combattere fisicamente un conflitto, ma sarà sufficiente chiuderli per interrompere le forniture militari. Una situazione di vulenrabilità riassunta nel “Malacca Dilemma” di Hu Jintao, ex presidente cinese. Ad oggi i cinesi hanno provato a rispondere con la cosiddetta “String of Pearls”, una serie di basi di rifornimento sparse intorno all’India nel tentativo di mantenere aperte alcune rotte. Tuttavia l’eccessiva dipendenza dal petrolio estero, la volontà di Trump di non chiudere definitivamente con Putin e il controllo degli stretti e dei mari da parte americana, rischiano di rendere la partita su Taiwan troppo costosa per il regime cinese, il quale potrebbe verosimilmente rinunciarvi o rimandare ai prossimi decenni.

Le operazioni israelo-americane assumono in quest’ottica una funzione di deterrenza: 80 anni fa, Hitler scommise sulla guerra lampo perché gli stati occidentali erano disarmati e maldisposti verso il conflitto. Oggi, gli avversari dell’occidente sanno benissimo che il nostro mondo può intervenire ovunque e in qualsiasi momento e questa deterrenza vale più di mille articoli di diritto internazionale.

Roberto Donghi

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