Le idee non hanno perso
Il partito dei Giudici ha vinto ma la sconfitta non significa resa: ora, però, il comitato dei magistrati renda pubblici i propri finanziatori
Il popolo sovrano ha parlato. Lo rispettiamo senza riserve, come si conviene a chi crede davvero nella democrazia — a differenza, va detto, di chi in questi mesi ha cercato di delegittimare il referendum prima ancora che si votasse, descrivendo come “attacco alla Costituzione” ciò che era, al contrario, un esercizio diretto di sovranità popolare previsto dall’articolo 138 della Carta stessa.
Ma il rispetto per il verdetto delle urne non ci impedisce di leggere quello che è accaduto con gli occhi aperti. E quello che è accaduto è inedito nella storia repubblicana italiana: per la prima volta, un’associazione privata di categoria — l’Associazione nazionale magistrati — si è costituita de facto come soggetto politico, scendendo in campo con una campagna organizzata, capillare, mediatica contro una riforma costituzionale che la riguardava direttamente come parte in causa. Non giudici che esprimevano opinioni private: una struttura che faceva politica attiva su una materia in cui era, al tempo stesso, giudice e parte. Il conflitto di interessi più clamoroso della Repubblica — e nessuno se ne è scandalizzato.
Il risultato lo conosciamo. Oltre il 58% degli italiani è andato a votare — un record assoluto per un referendum costituzionale a due giorni — e il No ha prevalso. Quella mobilitazione straordinaria aveva un nome e un motore. Si chiamava paura. La paura sapientemente alimentata da chi aveva tutto l’interesse a far credere che riformare la magistratura significasse consegnare i Pubblici ministeri al governo, smantellare l’antimafia, aprire le porte alla criminalità organizzata. Una narrazione falsa, ma efficace. Come tutte le narrazioni che lavorano sull’istinto e non sulla ragione. Montesquieu, nel suo “Esprit des lois”, scriveva che il potere giudiziario deve essere “en quelque façon nulle” — invisibile, privo di volontà propria, pura bocca della legge. Oggi quella bocca ha tenuto conferenze stampa, firmato appelli, partecipato a dibattiti televisivi, mobilitato iscritti. Ha vinto. Ma a quale prezzo?
Da oggi, ogni volta che un imputato si troverà davanti a un Giudice o a un Pubblico ministero iscritto all’Anm — e sono il 96-98% della categoria — avrà il diritto di chiedersi: questo magistrato è terzo rispetto alle sue convinzioni politiche? La legittima suspicione, istituto già previsto dal nostro ordinamento, diventerà uno strumento di ordinaria amministrazione difensiva. La ricusazione sarà invocata con una frequenza che i tribunali non hanno mai conosciuto. E ogni volta che un Pubblico ministero chiederà l’archiviazione — o al contrario eserciterà l’azione penale — il difensore avrà titolo per chiedersi se quella scelta sia il frutto di una valutazione giuridica o di una postura politica consolidata. Non è una minaccia. È la conseguenza logica, inevitabile, di aver trasformato la toga in bandiera.
Voglio dire poi una cosa sul Mezzogiorno, con l’affetto e il dolore di chi viene da quella terra. Laddove in Italia si è tentato di riformare la giustizia, si è sempre perso. E si è perso soprattutto al Sud. I dati del voto parlano chiaro: Sicilia, Calabria, Campania fanalini di coda nell’affluenza, eppure compatte nel No. È un dato su cui non ci si può limitare ad alzare le spalle. Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, mette in bocca a Chevalley — il funzionario piemontese venuto a offrire al Principe di Salina un seggio al Senato del nuovo Regno — una domanda ingenua e sincera sulla Sicilia, sul suo futuro, sulla sua capacità di partecipare al cambiamento.
La risposta del Principe è rimasta nella letteratura come una delle diagnosi più lucide dell’immobilismo meridionale: “Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, anche se arriveranno con le mani piene di doni”. Quel sonno — quella diffidenza atavica verso la riforma, quella preferenza per la conservazione dell’esistente anche quando l’esistente è ingiusto, quella scelta della familiarità col potere costituito piuttosto che del rischio della libertà — ha votato ieri. Ha votato per il Giudice che è anche Pubblico ministero, per la magistratura che è anche partito, per una giustizia che si amministra senza dover rendere conto a nessuno al di fuori di sé stessa. Non è un giudizio su un popolo: è una constatazione su una cultura giuridica che si combatte con la pazienza e con le idee, non con la rassegnazione.
Le idee non hanno perso. Le idee restano. E chi come me ha scelto di stare dalla parte dei diritti fondamentali — quella parte che l’Europa considera civiltà e che in Italia viene ancora guardata con sospetto — non ha alcuna intenzione di smettere. Per questo annuncio oggi la nascita di un’iniziativa permanente — aperta ad avvocati, giuristi, cittadini — per monitorare, documentare e rendere pubblici i casi in cui l’orientamento politico della magistratura associata dovesse influire sull’esercizio della giurisdizione. Un osservatorio sulla trasparenza dei tribunali. Un luogo in cui chi subisce la giustizia possa trovare voce e rappresentanza. Chi vuole aderire, chi condivide questa preoccupazione, può scrivere a giustiziadirittiumani@gmail.com oppure contattarmi direttamente attraverso le pagine di questo giornale.
Chiedo infine — e lo chiedo formalmente — che il comitato dei magistrati che ha condotto questa campagna referendaria renda pubblici i propri finanziatori. Chi ha pagato quella campagna? Chi ha finanziato quella mobilitazione? Sono domande legittime in una democrazia. E se ci saranno indagini su eventuali irregolarità emerse durante la campagna elettorale, come già denunciato in alcune sedi, ci si dovrà anche chiedere a chi verranno affidate. E se chi indaga non abbia, in qualche modo, partecipato alla stessa battaglia di chi sarà indagato. San Paolo, nella Seconda Lettera a Timoteo, scriveva: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Noi la fede nella giustizia giusta — quella equa, quella terza, quella che guarda negli occhi l’imputato senza averlo già condannato — non l’abbiamo persa. E non la perderemo. Il Giudice che giudica sé stesso non è un Giudice. È una parte. E da oggi lo sappiamo tutti, anche quelli che hanno votato No.
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