E’ molto probabile che le dosi massicce di asfissiante banalità che sempre più circondano, spesso incupendola, tanta parte della nostra vicenda politica ci regaleranno, anche in occasione della ricorrenza – potremmo dire sulle ceneri – dei quarantaquattro anni trascorsi dal maggio 1978, quelli della tragedia di Aldo Moro, un supplemento di opinionismo e di banalità. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro e visibile per tutti – i vecchi che lo vissero ed i giovani che vogliono rifletterci sopra – che quei 55 giorni, per come furono preparati, gestiti e poi conclusi, rappresentarono un passaggio che rimane decisivo nel farci arrivare al nostro difficile presente: che è poi quello dell’impotenza proclamata, ben rappresentata dalle vicende politiche di questi ultimi anni.

Tanto per fare qualche esempio: a voler essere seri dovremmo mettere in rilievo il fatto che, almeno oggi, occorrerebbe dover dare ragione a chi, in ogni caso, allora fu proclamato “reprobo”. Come dovremmo almeno cercare di rinnegare, e far rinnegare, il sentimentalismo – chiamiamolo così – della generazione sessantottina che era allora molto presente nei media, che è tuttora ben viva e presente, ed anche ben messa, demograficamente e culturalmente. Infine, almeno dal mio punto di vista: ci sarebbe  ancora da ricordare la rilevanza di una grossa questione storica rappresentata da quella che fu allora una fallita velleità di protagonismo comunista, propria di quegli anni, un protagonismo che finì con il mettere paura ai protagonisti stessi.

E’ per noi comunque necessario tornare almeno a ricordare la forza e soprattutto la serietà della posizione allora assunta dai socialisti, caratterizzata da una disinteressata spinta umana e solidale, desiderosa comunque di non lasciare andare inevitabilmente le cose per un verso che sembrava obbligato. Dal punto di vista politico, naturalmente, Craxi, guardando anche al suo futuro, voleva dalla vicenda uscirne vivo e perciò continuò a ricercare una soluzione capace di non fargli rompere irrimediabilmente i rapporti con la Democrazia Cristiana. E forse questo fu il suo limite decisivo. Allora, comunque, tutti noi fummo guidati e sostenuti da questa sua serenità coraggiosa e determinata. Ricordo ancora oggi con nostalgia lo stato della nostra difficilissima condizione, umana e politica, spessissimo soli e minacciati, che però ci favorì indubbiamente,  per il futuro, nella nostra crescita comunitaria.

Lasciati soli e circondati da un clima oppressivo e demagogico, i socialisti scoprirono infatti, allora, nuovamente se stessi. E, forse, per la prima volta, impararono ad amare sul serio questo loro giovane leader, che li guidava imperterrito e che sembrava in grado di capire tutto: ma che, forse, anche per questo, era inevitabilmente destinato alla sconfitta. Oggi possiamo riconoscere che la sconfitta collettiva di quindici anni dopo forse non ci sarebbe stata e che comunque  avrebbe assunto caratteristiche e modi inevitabilmente diversi e forse contrapposti. Con Moro vivo, attivo ed autorevole protagonista della ricostruzione della politica e della democrazia, il decennio decisivo che allora si apriva sarebbe stato profondamente diverso.