Esteri
In Georgia oltre 100 prigionieri politici. Il Paese che precipita di nuovo nell’orbita russa
Arresti arbitrari, processi iniqui, violenze di piazza e un uso politico del sistema giudiziario: sono oltre 100 i prigionieri politici in Georgia. La denuncia arriva da Europa Radicale, che ha presentato presso lo spazio “Europa Experience – David Sassoli” il dossier “I prigionieri politici in Georgia: un affronto allo Stato di diritto”.
Numeri che raccontano un progetto autoritario che tenta di riportare la Georgia nell’orbita russa e di soffocarne la vocazione europea. Oltre 95 prigionieri politici già censiti, ma iniziative civiche come Politpatimrebi indicano che il totale ha superato quota 100. Sessanta detenuti erano già in carcere prima delle proteste del 4 ottobre 2025. Tra processi lampo e accuse identiche, 35 persone sono già state condannate su 46 procedimenti recenti. Il 2 settembre 2025, durante una manifestazione su viale Rustaveli a Tbilisi, sono finiti in manette 23 attivisti. Dopo la protesta del 4 ottobre, i numeri sono cresciuti senza sosta: dai 35 arresti dichiarati dal Ministero degli Interni, ai 44 e poi 62 rilevati dalle testate indipendenti. In carcere ci sono oggi 13 leader dell’opposizione, insieme a figure simboliche della società civile.
“Non è un affare interno della Georgia, riguarda l’Europa intera”, afferma Igor Boni, coordinatore di Europa Radicale. “Quando uno Stato candidato all’adesione abbatte il pluralismo e l’indipendenza della giustizia, l’UE non può fare silenzio. Quel silenzio sarebbe complicità.” Secondo il dossier, la Georgia viola apertamente almeno quattro articoli della CEDU: libertà e sicurezza, processo equo, libertà di espressione e libertà di assemblea. “I prigionieri politici sono il termometro della democrazia: quando compaiono significa che il potere si fa brutale” – afferma Federica Valcauda, tesoriera di Europa Radicale – “e ciò che accade oggi in Georgia mette a rischio i principi fondativi dell’Europa stessa”. Per Chiara Squarcione, del Consiglio direttivo di Europa Radicale, “non bastano più osservatori o dichiarazioni generiche: occorrono atti concreti, sostegno ai ricorsi alla Corte di Strasburgo e pressioni diplomatiche affinché cessino gli abusi”.
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