E pensare che nel dicembre del 2020 la provincia di Vibo Valentia, dopo sette anni di “purgatorio finanziario”, era uscita dal dissesto. Peccato, però, che Salvatore Solano, presidente di quell’ente e sindaco di Stefanaconi, ebbe ben poco tempo per festeggiare. Nell’agosto del 2021, infatti, precipitò da innocente, hanno accertato ora i giudici, in tutt’altro genere di purgatorio, poiché coinvolto nell’inchiesta “Dedalo”, troncone calabrese della maxi operazione “Petrolmafie Spa” e prosecuzione della famigerata indagine “Rinascita-Scott”, condotta dalla Dda di Catanzaro allora guidata da Nicola Gratteri.

L’inchiesta

Pochi mesi prima, questo l’inizio della sua disavventura giudiziaria, le Dda di Napoli, Roma, Reggio Calabria e, appunto, Catanzaro, arrestarono 56 persone (71 le misure cautelari complessive), indagando centinaia di persone fra imprenditori, colletti bianchi e appartenenti alle più note famiglie mafiose calabresi. L’inchiesta ruotava intorno alla illecita commercializzazione di carburanti e al riciclaggio di centinaia di milioni di euro nelle società petrolifere. Nel filone calabrese venne assestato un duro colpo ai clan vibonesi, ma è in quest’ambito che il 3 agosto del 2021 a Solano, sindaco di Stefanaconi dal 2017 e presidente della Provincia di Vibo Valentia dall’anno successivo, venne notificata la chiusura delle indagini.

Le accuse a Solano

Le accuse all’allora primo cittadino andavano dallo scambio elettorale politico-mafioso alla corruzione, fino alla turbata libertà degli incanti aggravata dall’aver favorito le cosche. Secondo la Dda di Catanzaro, l’elezione di Solano era stata favorita da suo cugino Giuseppe D’Amico, imprenditore attivo, insieme al fratello Antonio, nel commercio dei carburanti e accusato di essere uomo di fiducia dei Mancuso di Limbadi. Solano, stando alle accuse, “avrebbe ricevuto ed accettato la promessa di D’Amico di procacciare voti nei Comuni di Vibo Valentia, Capistrano, Filandari, Francica, San Nicola da Crissa, Tropea ed altri nel corso della campagna elettorale per la nomina del presidente della Provincia di Vibo Valentia, in cambio del proprio stabile asservimento agli interessi del D’Amico”, il quale, a sua volta, avrebbe procurato voti a Solano “contattando i singoli elettori”, vale a dire alcuni consiglieri comunali, “ed esortandoli reiteratamente ed insistentemente al voto, anche utilizzando modalità intimidatorie”. Dal canto suo, Solano avrebbe favorito il cugino attraverso una serie di illeciti, consentendo alla consorteria mafiosa di controllare le attività economiche.

I verdetti

Nel settembre del 2021 la Dda di Catanzaro chiese il rinvio a giudizio per 85 persone, fra cui lo stesso sindaco. Nell’ottobre del 2023 (Gratteri aveva appena lasciato la procura di Catanzaro), e dopo due anni di processo, la Dda di Catanzaro chiese la condanna per 63 imputati e 7 anni di reclusione per Solano. L’1 dicembre arrivò la sentenza: pene pesanti per i boss e per i fratelli D’Amico, ma appena un anno per il sindaco ed ex presidente della Provincia. I giudici, infatti, fecero cadere quasi tutte le accuse e ogni aggravante mafiosa e lo condannarono solo per corruzione elettorale. La vicenda, però, non si chiuse qui. Mentre nel luglio del 2024 il Consiglio dei ministri deliberò lo scioglimento del Comune di Stefanaconi, il processo è proseguito in appello. E pochi mesi fa la Corte d’Appello ha emesso la sentenza: pene ridotte, ma comunque pesanti, per i fratelli D’Amico, e assoluzione “perché il fatto non sussiste” per Solano (i pm avevano chiesto 8 anni di carcere). Pochi giorni fa la Corte d’Appello di Catanzaro ha depositato le motivazioni della sentenza: zero prove contro Solano, nessuna corruzione, nessuna collusione con la ’ndrangheta. “Sono sempre stato innocente”, ha scritto l’ex sindaco su Facebook, “la piena assoluzione non cancella l’ingiustizia: la certifica. La mia coscienza è sempre stata limpida. Spero che lo sia anche quella di chi ha deciso che dovessi attraversare questa assurda vicenda giudiziaria”.