Siamo ormai assuefatti alla lettura, in genere in trafiletti di poche righe, di inchieste penali roboanti e devastanti per gli indagati, svanite anni dopo nel nulla, tra archiviazioni ed assoluzioni variamente motivate. Lo stesso vale per arresti eclatanti (ma anche non eclatanti), poi annullati quando il danno è fatto. Ancora pochi giorni fa Il Riformista, quotidiano tra i pochi sensibili al tema, apriva sull’ennesimo annullamento dell’ennesimo arrestato senza ragione in una roboante inchiesta della Procura di Catanzaro, nel frattempo celebrata come la liberazione della Calabria dalla ‘ndrangheta.

Un povero cancelliere sbattuto in carcere per cinque mesi e per un altro paio ai domiciliari, quando infine la sesta sezione della Corte di Cassazione (come già per un lungo elenco di altri sventurati indagati di quella inchiesta), ha annullato senza rinvio l’ordinanza cautelare, prendendo atto che non vi fosse la benché minima traccia di una ragione qualsivoglia per la quale quel povero cristo avesse dovuto subire una simile infamia. Ma appena qualche settimana fa Pierluigi Battista (uno dei pochi giornalisti che su questo tema mostri coraggio ed indipendenza di giudizio) sul Corriere della Sera si era esercitato nella davvero impressionante elencazione delle inchieste giudiziarie che, impegnando fiumi di inchiostro, aperture di telegiornali e peana per la salvifica funzione moralizzatrice della Magistratura, avevano negli ultimi decenni segnato la fine brutale, immediata ed irrimediabile di carriere politiche e professionali o di imprese economiche, poi risoltesi a babbo morto con assoluzioni che hanno meritato, come dicevo, appena qualche distratta citazione.

È una vecchia storia, che interessa a pochi; fino a quando la cosa non ti tocca nella persona o negli affetti, ai più il tema non interessa. E quando non si può fare a meno di affrontarlo, ci tocca ascoltare -dopo mille premesse encomiastiche sulla nostra magistratura, la migliore del mondo e bla bla bla- il solito rosario dell’errore come fisiologica evenienza del giudizio, errare humanum est e idiozie del genere.
È ovvio infatti che l’errore sia parte naturale del giudizio; ed è altrettanto ovvio che non tutte le modificazioni di un giudizio implichino un errore o una responsabilità. I processi si fanno apposta, il contributo dialettico della difesa o la sopravvenienza di prove prima non disponibili è parte essenziale e fisiologica della giurisdizione. Il fatto è però che su questa drammatica questione non si farà mai un passo avanti se non si comprenderà che occorre mettere mano, con urgenza e determinazione, al problema del controllo sulla qualità del magistrato, oggi reso semplicemente impossibile dalla automaticità della progressione in carriera.

In Italia -unico esempio nel mondo civile- è preclusa la possibilità di una valutazione reale, ovviamente ancorata a parametri oggettivi e predefiniti, della qualità professionale del magistrato. Il giudizio di merito è considerato farina del diavolo, perché costituirebbe -questo lo stupefacente ragionamento- strumento di condizionamento della sacra ed intangibile indipendenza della magistratura. Dunque nessuno può chiedere conto ad un Pubblico Ministero, per fare un esempio, di quante volte l’azione penale da lui esercitata abbia trovato conferma in una sentenza definitiva di condanna; nessuno può chiedere conto al Gip di quante sue ordinanze cautelari si siano poi dimostrate legittime; o al Giudice del dibattimento di quante sue sentenze siano state riformate, e così via discorrendo. Tutte le professioni e le attività umane vengono giudicate dai risultati che esse raggiungono, ad eccezione di quella dei magistrati.

Né pretenderemmo chissà quali processi di piazza, o quali tremende sanzioni disciplinari. Ma se un Pm ed un Gip determinano l’arresto di centinaia di persone, metà delle quali verranno poi giudicate estranee; o sequestrano ingiustamente intere aziende determinandone il default, è una pretesa così blasfema, un attentato alla indipendenza della magistratura così eversivo, quello di pretendere almeno che quei magistrati vengano assegnati a compiti e funzioni meno complesse, dove sia loro precluso di continuare a nuocere? È così oltraggioso ritenere che un magistrato che dimostri per fatti concludenti di non essere all’altezza di svolgere compiti di peculiare delicatezza e difficoltà, debba essere assegnato a compiti meno rischiosi per la comunità sociale? Mi piacerebbe che qualcuno almeno rispondesse a queste semplici, civili domande. Chiedo troppo?