Caro Direttore, innanzitutto un sincero “in bocca al lupo” per la Sua nuova avventura e per il ritorno in edicola del Riformista: ciò servirà sicuramente – al di là del condividerne o meno la linea – in un contesto storico e sociale in cui anche il mondo dell’informazione ha precise responsabilità, non solo e non tanto in relazione alla frequenti fake news che ormai circolano, quanto nell’alimentare ingiustificate paure ed enfatizzare certe “narrazioni” come, ad es., quelle sui pericoli per la nostra sicurezza.

Ma le scrivo per altra ragione: nella presentazione pubblica della linea editoriale del nuovo “Riformista”, ho letto che sarà “di sicuro garantista sulla giustizia”.
Perché mai, mi sono chiesto, il garantismo dovrebbe essere una caratteristica speciale di un giornale, di un gruppo, di un partito, di una persona e non una regola ordinaria e diffusa? Sono convinto, cioè, che solo una interpretazione forzata del termine possa trasformarla in una qualifica eccezionale da porre in evidenza e magari tale da contrapporla a quella di “giustizialista”, come se si parlasse di “buoni” e “cattivi”.

Personalmente, da magistrato, ho sempre svolto il ruolo di pubblico ministero, convinto che giudici e Pm debbano nutrirsi della stessa cultura giurisdizionale, privilegiando nella ricerca della verità il rispetto dei diritti e delle garanzie dei cittadini: è questo, tra l’altro, il senso dell’unicità delle due carriere previsto dal nostro assetto ordinamentale, invidiato in Europa e che qualcuno, in Italia, vorrebbe cancellare senza rendersi conto delle possibili gravi conseguenze.

Sto dicendo che i magistrati italiani sono perfetti e non sbagliano mai? Assolutamente no e aggiungo che non apprezzo quelli tra loro che non sopportano critiche al proprio operato e che si propongono alle folle come gli unici ricercatori e custodi della verità. È tuttavia certo che ogni generalizzazione sarebbe anche in questo caso ingiustificata.

Vorrei però capire per quali ragioni chi svolge il ruolo di pubblico ministero, magari in settori criminali di rilievo (mafia, terrorismo, corruzione etc.), debba solo per questo – specie in relazione a inchieste di un certo rilievo – essere così spesso tacciato di “giustizialismo” da parte di chi rivendica di essere “garantista”.

Mi concedo una citazione dal passato solo perché serve a chiarire il mio pensiero: negli anni di piombo, fino al 1988, pubblici ministeri e giudici istruttori che si occupavano di terrorismo venivano spesso tacciati di essere “destrorsi” o quasi dai garantisti dell’epoca. Persino, alcuni magistrati arrivarono a criticare duramente i loro colleghi che lavoravano in quel settore criminale, «accettando – dicevano – di condurre inchieste fondate sulle dichiarazioni dei pentiti in cui avvengono illegalità e trattative sottobanco tra inquirenti ed imputati»: quelle teorizzazioni, diffuse anche nel mondo politico e tra tanti pseudointellettuali, amareggiarono un giudice istruttore come Guido Galli, che di quelle inchieste si occupava e che per questo chiese di lasciare il suo ufficio per venire in Procura. Non fece in tempo, lo uccisero il 19 marzo del 1980.

Passando al moderno contrasto del terrorismo di matrice islamica, i pm italiani sono stati all’opposto accusati di eccedere in garantismo: un premier italiano ebbe ad affermare, nel dicembre del 2005, che «non ci si può aspettare che i governi combattano il terrorismo con il codice in mano» e nel febbraio del 2007 il Wall Street Journal definì «rogue prosecutor» (“procuratore carogna”) i pubblici ministeri che riservavano attenzione anche ai diritti e alle garanzie dei terroristi, inclusi quelli rapiti e torturati in base alla strategia americana della “War on terror”.

È chiaro che gli esempi potrebbero essere tanti e riguardare altri settori dell’azione repressiva dei pm: come dimenticare le accuse di giustizialismo rivolte a Borrelli e al pool di Mani Pulite? E quelle di essere mossi dai propri orientamenti politici riservate a tanti magistrati che si sono occupati della “zona grigia” che spesso accomuna mafiosi e corrotti?
Non si deve neppure tacere, però, sulle accuse di segno opposto: le critiche, come è normale in democrazia, sono sempre lecite se correttamente formulate, sicché non è possibile accusare di eccesso di “garantismo” e/o di voler difendere i criminali chi esercita tale diritto, anche se con toni ed espressioni forti! Piuttosto, nei confronti di chi commenta le inchieste giudiziarie debordando nell’insulto e nella manipolazione della realtà, specie se ciò avviene sulla base di interessi retrostanti, dovrebbero essere usate ben altre definizioni: non “garantista”, ma falsificatore e/o calunniatore.

Un ruolo equilibratore in questa querelle potrebbe essere svolto proprio dai giornalisti che, per evitare equivoci, errori o strumentalizzazioni delle inchieste giudiziarie, dovrebbero verificare l’assoluta attendibilità di ogni notizia di rilievo di cui entrino in possesso, qualunque ne sia la fonte: magistrati, avvocati, imputati, parti offese dei reati. Credo, cioè, che anche per i giornalisti esista il principio di “obbligatorietà” dell’approfondimento e della ricerca dei riscontri alle notizie acquisite, esattamente come per i pm prima di utilizzare le dichiarazioni dei “pentiti”.

Giornalisti e magistrati, però, quando la situazione lo richiede, dovrebbero sentire anche il dovere dell’autocritica: sto ancora aspettando di leggere qualche parola in tal senso da parte di coloro che in Italia e in Francia, pur se all’epoca smentiti dalla Cedu di Strasburgo, accusarono i magistrati di avere perseguito e condannato Cesare Battisti all’ergastolo negandogli le garanzie di un giusto processo. Da parte loro solo il silenzio ha fatto seguito alla recenti confessioni di Battisti che ha riconosciuto di essere stato responsabile dei quattro omicidi e di altri reati per cui era stato condannato. Chi fu allora garantista e chi giustizialista? Vallo a sapere!

A proposito delle parti offese prima citate, mi permetto un’altra critica a certi eccessi di garantismo: come mai si manifestano solo a favore di imputati o indagati, e mai o quasi mai nell’interesse delle vittime dei reati? Riflettiamo anche su questo.

Mi fermo qui e chiudo con un auspicio: nessuno si comporti o si orienti secondo doveri imposti dall’appartenenza all’una o all’altra categoria. Io mi auguro che il nuovo Riformista non si attesti, sulla giustizia, su posizioni di “garantismo a prescindere”, ma che sia capace di denunciare la violazione delle garanzie quando l’accertamento della verità dei singoli fatti lo consenta. E se ciò non è sempre compatibile con i tempi rapidi dell’informazione, occorre prudenza e pazienza. I lettori capiranno e apprezzeranno.