Il commento
La lezione del Labour party: si vince con idee nuove e meno radicali

Qual è la novità del successo elettorale nel Regno Unito del partito laburista dopo un decennio di governi conservatori? Tralasciando gli errori dei Tories, se l’Inghilterra torna in mano al Labour è perché questo partito ha cambiato pelle: ha riscritto pensiero politico e programma. La sua classe dirigente ha aperto una nuova stagione negando il Labour di Corbyn e quello di Blair. Keir Starmer ha vinto grazie alla capacità di spostare il partito verso posizioni meno radicali e di elaborare un nuovo pensiero politico mettendo al centro il cittadino, con le sue paure, le sue insicurezze e le sue legittime aspirazioni: pragmatismo più strategia, una sorta di rinascita della realpolitik. Per esempio non deve stupire che un partito progressista sia a favore di controlli più serrati per l’arrivo di migranti. Anche la sicurezza, un tema da troppi anni lasciato nelle mani dei conservatori, torna rilevante.
Un osservatore poco attento potrebbe pensare che Starmer abbia forgiato il suo Changed Labour su banali posizioni conservatrici o ancor peggio abbia dato una verniciata di populismo al radicalismo di Corbyn. Ma la verità riguarda un nuovo progetto politico che punta su una nuova centralità dello Stato: capacità di innovazione ma soprattutto importanti investimenti pubblici per garantire protezione, sicurezza e servizi all’altezza di uno dei paesi che più di ogni altro ha contribuito alla diffusione del welfare nel mondo. Starmer sa bene che non è semplice chiedere ai cittadini di fidarsi nuovamente dello Stato per quanto riguarda Difesa, frontiere e innovazione, ma ha scommesso su un’opinione pubblica che da tempo manifestava una certa insofferenza verso le scelte dei governi conservatori. Il cambio del Labour potrebbe configurare un cambio del paradigma culturale e politico che potrebbe diventare emblematico in tutto il mondo occidentale.
Non è un caso la pubblicazione del libro “La Quarta Via”, a opera di tre dirigenti della corrente riformista del Partito democratico (Lia Quartapelle, Filippo Sensi, Pietro Bussolati) e di un coraggioso innovatore extrapartiti come Diego Castagno. Ciò che stupisce è la tendenza all’esemplificazione del discorso pubblico nel nostro paese: scambiare il successo del Labour come la premessa di una riscossa delle formazioni di centro e/o di sinistra di casa nostra la cui crisi nasce – come dovrebbe essere noto – da ben altre ragioni. C’è da augurarsi che l’analisi politica abbandoni il linguaggio della propaganda e si concentri sul confronto delle idee e sull’elaborazione di un pensiero nuovo, in grado di fronteggiare le forze regressive che possono prevalere nella fase di transizione che stiamo vivendo.
Tra l’altro Starmer rivendica di aver sostenuto in passato le posizioni di Corbyn. Proprio questa è la prima lezione che dovremmo imparare: non serve rinnegare i fallimenti passati, è molto meglio riconoscerli e utilizzare la memoria non per restaurare vecchi partiti e antiche formule ma una concezione, una visione del mondo, un sapere articolato, un’etica, una nuova politica.
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