Thomas Mann viene citato spesso negli ultimi tempi per “La Montagna magica” (traduzione più fedele della classica “Montagna incantata”) perché è il luogo del summit di Davos, ma il grande scrittore tedesco viene utile anche per rievocare “I Buddenbrook”, formidabile affresco della «decadenza di una famiglia», come recita il sottotitolo: l’esempio funziona per rappresentare il declino delle grandi categorie della sinistra. Già, in un mondo non più diviso in classi, o in “quelle” classi come all’epoca dei marxisti, e dominato non più solo dall’economia, come sempre i marxisti pensavano, servono ancora quelle categorie novecentesche o addirittura ottocentesche? Tutto è andato in frantumi e per davvero non v’è certezza del domani. A sinistra c’è qualcuno che ci riflette, in solitaria – altro che l’intellettuale collettivo, quello è sparito da un pezzo.

Gianni Cuperlo, parlamentare del Pd, è uno dei pochissimi dirigenti della sinistra italiana che s’interroga, anche con una certa angoscia umana che si riverbera sulla pagina, sulla crisi del pensiero progressista. Perciò la sua prefazione a questo libro di scritti di Antonio Gramsci (“Egemonia e democrazia”, Passigli Editori) merita di essere letta, auspicando che l’autore vada avanti nella sua ricerca. Le esigenze del libro sono due. La prima è quella di mettere un po’ d’ordine su un Gramsci che di recente è stato tirato da tutte le parti, specie in negativo, riducendo la categoria dell’egemonia a mera tattica propagandistica o, peggio, a tecnica dell’occupazione di spazi di potere. La destra al governo confonde l’egemonia come direzione politica di una classe, cioè un obiettivo di portata storica, con la presa di Saxa Rubra: ed è chiaro che su simili basi non si può fare una discussione seria. L’egemonia in Gramsci non è una forma di oppressione o di dispotismo.

Ma una condizione in cui «esiste democrazia tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti nella misura in cui lo sviluppo economico e la legislazione che esprime tale sviluppo favorisce il passaggio molecolare dai gruppi diretti ai gruppi dirigenti» (Quaderno 8, 1931, qui pag. 167). Un pensiero complesso che peraltro non va neppure elevato a testo sacro, ma inquadrato in un tempo che non è nemmeno lontanamente il nostro. E questo andrebbe sempre tenuto presente. Sono dunque del tutto opportune le pagine di Cuperlo di spiegazione del pensiero di Gramsci e la miscellanea di scritti che egli, fuori e dentro il carcere, produsse in quantità enorme, in un quadro di forzata disomogeneità, tanto che non si smette mai di indagare i “Quaderni” nel tentativo di comprendere cosa realmente Gramsci avesse in testa in ordine alla questione della presa del potere.

Ma poi c’è una seconda esigenza che si pone davanti a Cuperlo. Che, con una formuletta, si potrebbe declinare così: la questione dell’egemonia al tempo dell’algoritmo. Messa in questi termini, la domanda è sul senso della parola “egemonia” nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, delle piattaforme, dell’invasività tecnologica che orienta la mente umana. La sfida di questo tempo è totalmente inedita. Una sfida portata dalla destra americana mentre la sinistra europea e anche italiana appare come stramazzata al suolo dai colpi inferti dall’avversario. Appunto, somiglia al senatore Buddenbrook che invecchia. Bisogna leggere i testi di Peter Thiel o meglio di Alexander Karp, i capi di Palantir, la compagnia che sviluppa software per l’analisi dei dati: l’idea di fondo è il controllo generale del mondo. Con le informazioni, non solo con i soldi e i carri armati. Altro che egemonia come conquista delle “casematte” della cultura e delle istituzioni. È il dominio tecnologico, terrificante nella sua applicazione peggiore, che è quella della messa a disposizione della IA infine alla logica della guerra.

La battaglia dunque si sposta dai film e dai romanzi – questo è stato il terreno della lotta per l’egemonia negli ultimi decenni – a quella per un utilizzo della tecnica a fini umani, di giustizia, di civiltà, di pace. Cuperlo parla della possibilità di «codificare l’etica sul terreno dell’algoritmo», il che forse vuol dire immaginare un insieme di regole per dare un ordine democratico al dominio dell’algoritmo, che è un po’ il tentativo, non risolutivo, fatto dal Parlamento europeo per definire i principi regolatori dell’IA. Il che un pochino appare, per usare un’espressione proprio di Gramsci, come un «voler mettere le braghe al mondo», una velleità necessaria ma pur sempre una velleità: chi è il giudice dell’applicazione dell’IA? Quali sono i luoghi delle decisioni in tal senso? Insomma, questo “capitalismo della sorveglianza”, si chiede l’autore, «è riformabile», o la verità è che la sinistra non sa bene cosa sostituire alle sue care vecchie categorie?

Dunque, ricapitolando, giusto dare a Gramsci quel che è di Gramsci. Ma anche sulla sua opera è caduta inesorabile la polvere del tempo: oggi la sfida è un’altra. Sarà possibile che la sinistra se ne renda conto? È una domanda che resta in sospeso. A Gianni Cuperlo il merito di averla posta; ad altri, se ci sono, il compito di rispondervi.