La spinta di Trump affinché la Siria affronti Hezbollah si scontra con la resistenza di Damasco, suscita molto scetticismo tra gli esperti di Medio Oriente e tra l’opposizione di tutto lo spettro politico libanese. Trump sostiene che la Siria sia meglio equipaggiata per combattere Hezbollah rispetto a Israele, poiché le forze israeliane, in guerra contro il gruppo sostenuto dall’Iran da decenni, “non possono svolgere il compito senza uccidere anche i civili”. Le dichiarazioni di Trump a margine del vertice del G7 a Evian, in Francia, sono apparse come una esplicita richiesta rivolta al presidente siriano Ahmed al-Sharaa di combattere Hezbollah, dopo aver già espresso ciò ai funzionari siriani la scorsa settimana. Sharaa “farà il lavoro. La Siria farà il lavoro”, ha affermato Trump prima del suo incontro bilaterale con l’emiro del Qatar. Il problema è che Sharaa aveva già chiarito di non avere alcun interesse a “fare quel lavoro”.

Da quando ha rovesciato il regime di Assad con un’offensiva lampo nel dicembre 2024, Sharaa ha collaborato con gli Stati Uniti per impedire il contrabbando di armi a Hezbollah dal territorio siriano e ha arrestato numerosi terroristi legati alla milizia libanese. Damasco ha anche sventato diversi attacchi contro Israele e ha bloccato tentativi di contrabbando di droga fuori dal paese, in collaborazione con le forze di sicurezza irachene. Inoltre la Siria ha aderito alla coalizione globale guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato Islamico. La posizione del suo Paese, ha sottolineato Sharaa, si basa sul “cercare di fermare la guerra in Libano, non di entrarvi in conflitto”. L’ultima cosa di cui la Siria ha bisogno, mentre cerca di riprendersi da una devastante guerra civile durata 14 anni, è di essere invischiata in un conflitto regionale. Sharaa si trova ad affrontare molteplici minacce alla sicurezza interna. Tra queste, lo Stato Islamico, cellule sostenute dall’Iran composte sia da alawiti che da palestinesi, e i continui problemi con la piccola provincia drusa [sostenuta da Israele] nel sud. Il leader siriano non ha un vero esercito e ci vorranno anni di addestramento per la creazione di divisioni efficienti.

Trump teme che i continui attacchi israeliani contro il Libano possano far deragliare il fragile accordo di pace tra Stati Uniti e Iran. L’idea di un’azione militare siriana in Libano evoca i tristi ricordi dell’occupazione siriana del Paese tra il 1976 e il 2005, nel pieno della guerra civile, un periodo segnato da violenze e repressioni di massa. Sei anni dopo, Hezbollah appoggiò la brutale guerra del regime di Assad contro gli insorti sunniti, lasciando dietro di sé una scia di morte e abusi in Siria. Presentare la Siria come alleata di Israele nella lotta contro Hezbollah metterebbe Sharaa in contrasto con il suo vicino più importante, la Turchia, che è in aperto conflitto con Gerusalemme. Sharaa ha dichiarato di non volere “alcun problema” con i paesi vicini e di voler trasformare il suo paese in un polo regionale che colleghi il Mediterraneo, il Golfo Persico, il Mar Nero e la regione del Mar Caspio. Non vi è dubbio che questa seconda amministrazione Trump abbia aperto la strada a un riavvicinamento tra Washington e Ankara, ma la volubilità del presidente Usa rende difficile la pianificazione a lungo termine. La guerra con l’Iran ha da un lato confermato la strategia prudente della Turchia, dall’altro ne ha messo in luce i limiti: quando i missili balistici iraniani sono entrati nello spazio aereo turco, la Nato li ha intercettati, a dimostrazione che l’autonomia strategica per Ankara rimane più un’aspirazione che una realtà.

Ora la rivalità tra Turchia e Israele in Medio Oriente e nel Mediterraneo è diventata un vincolo strutturale, che influenza quasi ogni aspetto della situazione regionale: la Siria, il Mediterraneo orientale, le attività di lobbying a Washington e il corridoio Mar Rosso-Corno d’Africa. Israele sta cercando di limitare una maggiore presenza turca in Siria, e un nuovo allineamento tra Grecia, Cipro e Israele si sta consolidando attorno ad Ankara nel Mediterraneo. La Siria rimane la principale prova dell’influenza regionale della Turchia. Nell’era post-Assad, Ankara ha raggiunto i suoi obiettivi principali, ma restano irrisolte importanti questioni relative alla ricostruzione, alla riforma del settore della sicurezza e all’integrazione curda.