La chiusura delle discoteche e il ripristino dell’obbligo di indossare la mascherina all’aperto, sebbene soltanto tra le 18 e le 6, non lasciano ben sperare in vista della ripresa delle attività lavorative dopo la consueta pausa estiva. Anzi, certe decisioni fanno addensare pesanti nubi sull’orizzonte della Campania e delle altre regioni del Mezzogiorno. Catastrofismo? No. Non è volontà di cedere a visioni apocalittiche.

Si tratta, piuttosto, di analizzare il senso più profondo di provvedimenti che rivelano errori da non commettere più in futuro. Partiamo dalla questione sanitaria. Come ampiamente annunciato, il ministro Roberto Speranza ha firmato l’ordinanza che chiude le discoteche e impone a tutti di indossare la mascherina all’aperto dalla sera all’alba. Lascia perplessi la tempistica della decisione che è arrivata al termine del weekend di Ferragosto, dopo che a migliaia di potenziali portatori di Covid è stata data la possibilità di frequentare locali privati e luoghi pubblici.

Si è scelto, dunque, di contemperare le esigenze di contenimento del contagio con le ragioni del popolo della notte e dei gestori dei locali. Scelta comprensibile in un Paese che non può permettersi di rimanere ingessato troppo a lungo e che non può morire di fame per non morire di Covid. L’idea di chiudere dopo Ferragosto, però, è il lascito di una gestione dell’emergenza in cui le decisioni vengono prese sistematicamente in ritardo e manca una strategia di aggressione nei confronti del Coronavirus a livello nazionale.

A livello locale non va meglio, anzi. Emblematica è la vicenda di Piano di Sorrento, dove è stato necessario che il direttore di un accorsato bar risultasse positivo al Covid perché l’intera popolazione della cittadina costiera e parte di quella dei comuni vicini venisse sottoposta a screening di massa. Potevano essere effettuati prima? Certamente sì, ma la Campania, che pure ha tentato di rispondere energicamente all’emergenza sanitaria, era e resta la regione che ha effettuato meno tamponi anti-Covid sui suoi abitanti. Questo andamento lento si registra anche nella spesa dei fondi europei visto che Palazzo Santa Lucia, negli ultimi cinque anni, ha speso solo un quarto della disponibilità economica legata al Fondo di sviluppo europeo e al Fondo di sviluppo rurale. Ora in arrivo ci sono finanziamenti per miliardi di euro.

La Campania è destinataria di oltre tre miliardi messi a disposizione dal Ministero della Sanità per migliorare la performance degli ospedali. E un’ulteriore iniezione di liquidità potrebbe arrivare dal Meccanismo europeo di stabilità. Risorse preziose, soprattutto in una fase di crisi come quella attuale, che andranno investite rapidamente ed efficacemente, senza disperderle in mille rivoli di spesa e concentrandole su pochi e chiari obiettivi in vista del miglioramento dei livelli essenziali di assistenza. Non bisogna dimenticare che, nel corso degli anni, la Campania è diventata incubatrice di startup, ha fatto passi avanti sotto il profilo dell’innovazione, ha rafforzato l’appeal internazionale e la vocazione turistica. Resta, però, ancora molto da fare quanto a qualità della vita e servizi offerti a cittadini e imprese, oltre che per ciò che concerne la capacità di spesa delle risorse a disposizione. Ed è su questi aspetti che bisogna lavorare perché la ripresa non sia un semplice ritorno alle attività quotidiane, ma un passo in avanti nella gestione di un tessuto economico e sociale particolarmente complesso.

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Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.