Il guanto (e la mano)
Leone: “Su Piersanti Mattarella una pista che porta lontano, ombre e menti raffinatissime che parlavano due lingue”
“Nessuno avrebbe sparato senza il via libera di Cosa Nostra ma a lungo abbiamo sottovalutato la valenza nazionale e internazionale di certe dinamiche del ‘laboratorio Sicilia’”
Incontriamo Roberto Leone, giornalista palermitano e autore di libri sugli anni degli omicidi eccellenti di mafia. Nei giorni dell’omicidio di Piersanti Mattarella era già a L’Ora. La testata più attenta all’antimafia. Arriverà a dirigere Repubblica Milano. «Ero sul campo, nel 1980. Avevo 24 anni. Con me c’erano Bolzoni, Stancanelli, Cerasa, Lombardozzi, eravamo tutti ragazzi».
E come te la ricordi, come la inquadri ad oggi la vicenda di Piersanti Mattarella? Fu un omicidio molto particolare.
«Un omicidio particolare che però si inserisce, perfettamente – a leggerlo oggi, dopo 45 anni – in una linea “politica” dei delitti. C’era stata prima Reina, il segretario provinciale della DC, ci sarebbe stato dopo La Torre, che invece era del PCI».
Inizialmente tutti, anche voi de L’Ora, puntaste a un mero attentato mafioso.
«All’epoca non riuscivamo a distinguere i delitti di “mafia interna”, chiamiamoli così, da questi delitti di altro tipo. Sembrava tutto un unico calderone, in cui la mafia era l’unica mandante ed esecutrice di tutti gli omicidi. Non riuscivamo a vedere oltre la mafia, a caldo. Come non riuscivamo a vedere, a capire chi fossero i vincenti e chi i perdenti. Era tutto un’unica cosa. Poi, grazie al pentimento di Buscetta, si è potuto fare un po’ più di chiarezza».
Però già sulle prime si parlò di neofascisti, di Fioravanti, o no?
«Ecco, andando a riguardare, a mettere insieme i fili, i contatti di Cosa Nostra con l’eversione nera c’erano. Erano di protezione, di collaborazione, di scambio. L’abbiamo saputo meglio e ci abbiamo ragionato con molti anni di distanza».
Ma che interesse avevano i neofascisti? Quale poteva essere il movente?
«A quanto pare, eseguire un ordine. Intanto, i neofascisti a Palermo c’erano. Non era una pista da sottovalutare: io stesso ricordo Concutelli, con le catene in mano, davanti al mio liceo, il Garibaldi. Si parlava di aree di addestramento alla guerriglia urbana, nella valle dell’Etna».
Palermo e la Sicilia erano quindi anche teatro di lotta armata, poi del terrorismo internazionale?
«Piersanti Mattarella e Aldo Moro. C’è un legame. Gli stessi fili. Alla fine abbiamo capito, ce ne siamo convinti: quei due delitti sono parte della stessa strategia».
Spiegaci la tesi.
«Per chi ha visto Magma, lì i fili si capiscono. Con Attilio Bolzoni eravamo compagni di scrivania, a L’Ora. Ne abbiamo parlato in questi anni. Abbiamo condiviso una conclusione, che però è tale solo per chi ci ha ragionato, da testimone dell’epoca. Abbiamo capito la necessità di inserire quello che è successo in Sicilia dal ’79 al ’92 nella storia italiana e internazionale e di non vederla più soltanto come una cosa siciliana. Abbiamo vissuto un regolamento di conti che usciva dall’esclusività della dinamica interna alle famiglie, alle cosche».
In Magma, Bolzoni dice che Piersanti Mattarella, braccio destro e successore in pectore di Aldo Moro, era finito nel mirino di chi non voleva il laboratorio siciliano, DC e PCI al governo insieme.
«Ha un senso, ha molto senso. Credimi».
Già Mauro De Mauro, il cronista de L’Ora scomparso a Palermo, sembrava aver pestato i piedi a interessi nazionali e internazionali…
«De Mauro è scomparso nel 1970, dieci anni prima dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Può darsi che già da quel momento crebbe l’attenzione da parte di grandi soggetti non siciliani a quanto avveniva a Palermo».
Falcone dirà, dieci anni dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, che a Palermo agivano menti raffinatissime.
«Lo dice dopo il mancato attentato dell’Addaura. Si rende conto che ci sono cose pensate altrove, probabilmente in altri Paesi, che qualcuno si incarica di realizzare a Palermo».
Io ho un’idea. Che a Palermo, complice una certa debolezza delle Procure, tra il ’79 e il ’92 i servizi segreti italiani si mossero autonomamente. Ma non in maniera deviata: lealmente, per conto dello Stato. Non fidandosi troppo della giustizia, promossero una loro attività di indagine parallela. Che forse aveva anche bisogno di prove, materiali, indizi. Da procurarsi dalle scene del delitto, nell’interesse di una lotta all’antimafia che in certe stanze di tribunale andava per le lunghe…
«I servizi fecero indagini parallele, certo. Provarono a supplire alle Procure, in qualche caso ad anticiparle, a sostituirle: non c’è dubbio. Tra l’altro fino a una certa data l’atlantismo era un dogma, per cui i servizi dovevano operare soltanto in un senso. E in Sicilia, dal bandito Giuliano a Genco Russo, tutti i mafiosi erano filoamericani e i legami tra Cosa Nostra e servizi americani sono stati descritti da qualcuno molto più bravo di me. Penso a quell’immenso capolavoro che è La notte della civetta di Piero Melati. Diceva: “La storia della Sicilia è la storia d’Italia”. Se si guarda a quello che è accaduto a Palermo ampliando il focus, guardando agli scenari internazionali, si possono capire molte cose».
Dimmi la tua: chi lavorava contro le indagini su Piersanti Mattarella?
«Tutti lavoravano per lo Stato. Solo che alcuni lavoravano per una parte dello Stato e altri, per un’altra. Finché non si chiarirà questo punto, non si saprà dare una spiegazione a morti come quella di Cassarà e altri servitori delle istituzioni. C’erano dinamiche interne, c’era una talpa, o più di una, in Procura, a Palermo? Cassarà non si fidava di Bruno Contrada, questo sicuramente. È agli atti. Ho lavorato per anni con l’altro condannato per associazione esterna, Ignazio D’Antone. Non ho mai avuto dubbi su di lui. Mentre su Contrada i sospetti c’erano, li sapevi. Ma ognuno di noi, anche tra noi cronisti, aveva i suoi referenti. All’interno degli inquirenti, ognuno pensava di lavorare per la parte giusta. Nessuno pensava di tradire lo Stato».
Filippo Piritore lo hai presente? Che figura era?
«Una figurina. Ho faticato a ricordarlo, l’ho riconosciuto a malapena da una foto che ho visto in questi giorni. I funzionari della Questura che hanno inciso in quegli anni me li ricordo tutti. Andavo ogni giorno a trovarli. Piritore non era certo tra quelli da cui andavamo a prendere le notizie».
Però ha fatto una bella carriera, direi. Una manina l’ha sospinto fino al grado di Prefetto…
«E dove c’è una manina, c’è un guanto».
Qui abbiamo entrambi. Chi aveva interesse a farlo sparire?
«A Palermo solo i killer portavano i guanti. Si capì subito che lì poteva esserci una chiave. Era nelle foto, venne citato negli atti parlamentari di quelle settimane. Chi lo ha fatto sparire sapeva che portava alla firma dei killer. E oggi sappiamo chi lo ha fatto sparire».
Che riflessione hai fatto?
«Quella che abbiamo condiviso con Attilio Bolzoni, con Nicola Lombardozzi e con gli altri colleghi che erano con me a L’Ora. Il terrorismo politico e il terrorismo mafioso non sono così separati come ci è sembrato per molti anni. C’è sicuramente un filo che li unisce, e questo filo è chiaramente il filo dei neofascisti, che sono stati usati evidentemente in qualche caso come manovalanza o comunque per delle cose che le cosche non volevano fare».
Omicidi benedetti dalle “famiglie” ma eseguiti da sicari “politici”?
«È l’unica spiegazione plausibile. A Palermo non avrebbero potuto agire, né fuggire, senza la copertura di Cosa Nostra. Quindi un’intesa c’era, un via libera c’è stato. Ma in certi omicidi, come in tutta probabilità nel caso di Piersanti Mattarella, il via libera è stato solo un passaggio intermedio. A monte c’erano altri, e a valle gli esecutori che provenivano dall’eversione neofascista».
A monte chi c’era? “Menti raffinatissime”?
«Menti raffinatissime che vanno al di là dell’Italia».
Parlavano inglese o russo?
«Tutte e due le lingue. Perché ci sono convergenze di interesse: i russi dovevano scongiurare a ogni costo che PCI e DC governassero insieme, neanche nel laboratorio siciliano. E Kissinger disse la stessa cosa: già nel 1973 la CIA – su sua indicazione – fermò addirittura con il golpe in Cile, organizzando il bombardamento sul palazzo del governo, lo stesso tentativo di intesa tra il partito che anche lì si chiamava DC e il socialista Salvador Allende».
Vittime, la Sicilia di Mattarella e il Cile di Allende, della stessa realpolitik, della stessa guerra?
«In Italia in quel decennio si combatté una guerra civile fredda. O quantomeno circoscritta. Giocata sul piano della lotta armata, con le BR da una parte e i neofascisti dall’altra, attori di una sceneggiatura scritta altrove. A Roma si capiva meglio, si vedeva più chiaramente. A Palermo la si è confusa per anni con la gestione della violenza che era in mano alla mafia. E che invece in certi casi, oggi ci appare come poco più che una spettatrice».
Piersanti Mattarella è stato vittima eccellente di questa guerra per procura?
«Secondo me, sì. Ma voglio dirlo usando le parole di Pasolini. “Non ho le prove, ma conosco una serie di fatti sociali e culturali che portano a una sola conclusione”».
Pasolini diceva anche: “Io so i nomi”.
«E io so le sigle. KGB e CIA. Se non sono nomi, questi…».
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