"Disponiamo di un sistema di difesa antimissile o antidroni"
L’Italia è esposta alla ritorsione di Teheran, il generale Battisti: “Difesa Nato pronta, del nostro livello di prontezza e di reazione non possiamo dubitare”
La guerra in Iran sta assumendo sempre più una dimensione regionale. Sono coinvolti gli Stati del Golfo e di striscio la Turchia. Si estenderà anche al Mediterraneo? Se sì, come si comporterà l’Italia? Per capirlo abbiamo parlato con il Generale Giorgio Battisti, del Comitato italiano atlantico.
Generale, l’Iran ha lanciato un missile balistico verso la base Usa di Incirlik in Turchia. È un attacco alla Nato?
«Per il governo iraniano chiunque supporti gli Stati Uniti è un nemico e va colpito dalla sua “collera divina”. Tant’è che ha preso di mira anche le monarchie del Golfo e ha lambito il Mediterraneo orientale con gli attacchi a Cipro».
Quanto è esposta l’Italia alla capacità missilistica iraniana?
«L’Iran dispone di missili balistici del raggio di 2.000-2.500 chilometri, che potrebbero raggiungere tutta l’Italia meridionale, Balcani e l’Egitto».
L’Italia è anche sede di basi Nato importanti. Quindi la nostra posizione di «prima linea» è sia geografica sia strategica.
«Le facility dell’Alleanza sul territorio nazionale sono note. Ma ricordiamoci inoltre che, poche settimane fa, su proposta dell’Italia, l’Unione europea ha inserito i Pasdaran nella lista dei terroristi internazionali dell’Ue. Questo fa delle nostre strutture di difesa sul nostro territorio un bersaglio della ritorsione iraniana».
In caso di attacco, l’Italia cosa potrebbe fare?
«Disponiamo di un sistema di difesa antimissile o antidroni, inserito nella rete Nato. Del nostro livello di prontezza e di reazione non possiamo dubitare. Il problema è che l’Europa si sta muovendo in ordine sparso. La Spagna si è chiamata fuori. Francia e Gran Bretagna inviano navi e aerei. La Germania promette pieno supporto a Usa e Israele».
Quale sarà quindi la nostra posizione? Dare l’ok agli Usa per l’uso delle nostre basi?
«Spetta al governo prendere queste decisioni. D’altra parte, la convocazione dell’ambasciatore iraniano a Roma, da parte di Tajani, lascia pensare che l’Italia sia per una linea di dialogo. Del resto, abbiamo da sempre ottimi rapporti con l’Iran».
Però noi siamo prima partner dell’Ue e membri Nato. Quindi ci viene richiesta una posizione più netta.
«La posizione va osservata nel suo complesso. E se l’Europa sta andando in ordine sparso, la Nato ha già fatto sapere di essere pronta a difendere ogni centimetro del suo territorio. Per questo ritengo di escludere posizioni davvero isolate. Diverso sarebbe il fatto di partecipare o meno a una campagna aerea. Come nel caso della Libia nel 2011, oppure del Kosovo nel 1999. In ogni caso, spetta al Parlamento decidere».
E per quanto riguarda la concessione agli Usa delle nostre basi?
«Il ministro Crosetto è stato chiaro. La questione è disciplinata dagli accordi Nato. In ogni caso, una qualsiasi decisione dovrebbe tener conto della sensibilità del problema e di una visione politica comune, superando le differenze tra partiti e gruppi parlamentari».
Generale, quanto è probabile che il conflitto richieda un’operazione boots on the ground?
«L’Iran si estende per 1,6 milioni di chilometri quadrati. Sarebbe impensabile un intervento di vasta scala che parta da una sorta di “sbarco in Normandia”, senza che poi si abbia un chiaro obiettivo. Tutt’altro discorso sono le operazioni delle forze speciali israeliane e Usa. Già intervenute durate la guerra dei 12 giorni. Più di un mese fa, Washington aveva schierato proprie unità lungo la frontiera del Turkmenistan, che da Teheran dista meno di 500 chilometri. Un tragitto che si può coprire con gli elicotteri. Si tratta di operazioni di Intelligence che servono per “illuminare gli obiettivi”. Però non mi sento di escludere il coinvolgimento di altre forze locali».
Per esempio?
«Quelle curde. Al tempo della guerra contro l’Isis erano la “fanteria della coalizione”. Oggi i raid aerei in corso contro i siti di polizia e militari iraniani al confine con il Kurdistan iracheno suggeriscono un loro eventuale coinvolgimento a sostegno di ribellioni e sommosse da parte delle minoranze che compongono la complessa società iraniana».
Quanto è realistico pensare di non inviare neanche un Gi sul territorio iraniano?
«Questa campagna è molto simile a quelle del Kosovo nel 1999 e in Libia nel 2011. Trump ha previsto poche settimane di operazioni: 4 contro le 11 di quella nei Balcani. In entrambi i contesti si è avuto un impiego congiunto di forze aeree e navali. Contro Belgrado, l’intento era chiaro. Colpire unicamente gli obiettivi del governo e delle Forze armate. Passati 70 giorni di raid, il governo serbo scese a patti. A sua volta, in Libia, la Nato si limitò a inviare forze speciali da impiegare al fianco dei ribelli locali. Ecco, per capire questo nuovo conflitto, credo che sia il caso di ripassare questi precedenti».
© Riproduzione riservata







