Settecento l’anno. Tanti sono i milanesi che oggi lasciano la città per trasferirsi a Corsico, e prima del Covid non arrivavano a duecento. Il numero, portato dal sindaco Stefano Ventura, basta da solo a spiegare perché lunedì il Centro Studi Grande Milano abbia voluto guardare la legge speciale da fuori le mura. Il convegno “Una legge speciale per Milano. La dimensione ideale di Milano” ha rovesciato la prospettiva degli incontri precedenti, che avevano ragionato dall’alto, dal Parlamento, dalla Regione, da Palazzo Marino, e ha dato la parola ai sindaci della Città metropolitana: quelli che la riforma, se arriverà, dovranno applicarla nei propri municipi.

La domanda di partenza l’ha posta la presidente Daniela Mainini: “Può una città che compete con Parigi, con Berlino, con Barcellona continuare a essere governata con gli strumenti di un comune?”. La sua risposta è che nemmeno una legge ritagliata sul solo capoluogo basterebbe, perché i flussi che fanno Milano nascono e si esauriscono altrove: nei treni dei pendolari, nelle imprese dell’hinterland agganciate alla filiera milanese, nelle scuole e negli ospedali dei comuni di cintura. Casa, sicurezza, trasporti, rifiuti, urbanistica: l’elenco dei dossier che Mainini considera metropolitani coincide, di fatto, con l’agenda di governo di qualunque grande città europea. I sindaci lo hanno confermato con i dati delle proprie amministrazioni. A Rho, cinquantamila abitanti, Andrea Orlandi conta oltre quattrocento b&b nati dal 2015 a oggi, sull’onda di Expo: il mercato della casa si è spostato con i turisti e con chi a Milano non riesce più a restare. Ventura ha ricordato che nell’area metropolitana convivono 133 regolamenti edilizi diversi, un labirinto che tiene lontani gli investimenti privati.

La voce più sfaccettata è stata quella di Ilaria Scaccabarozzi, sindaca di Gorgonzola. “Non sono sindaca da tanto, non sono ancora pronta a rinunciare al mio comune”, ha esordito, con una franchezza che ha riportato in sala il nodo delle identità locali, quello che nessuna riforma può permettersi di ignorare. Eppure proprio lei ha rivendicato il lavoro fatto dalla Città metropolitana in questi anni. Ha ricordato i primi incontri del Centro Studi, quando “noi della campagna” accusavano Milano di guardare tutto con occhi milanocentrici, e ha riconosciuto all’ente il merito di aver dato ai comuni esterni “la stessa dignità della grande città”. Il motivo, secondo la sindaca, sta nella composizione del consiglio metropolitano, fatto di sindaci e consiglieri comunali che conoscono i territori.

Lo stesso modello mostra però il proprio limite. Chi siede in consiglio metropolitano deve ritagliarsi il tempo accanto al mandato nel proprio comune, e la regia politica finisce per cedere il passo ai tecnici, che negli uffici stanno tutto il giorno. È un vuoto che si avverte soprattutto quando serve pianificare. L’esempio scelto da Scaccabarozzi è quello dei data center, destinati a pesare su suoli, reti e consumi dei comuni che li ospitano: “Regione non sta facendo pianificazione su questo argomento, quindi il ruolo della Città metropolitana è fondamentale“. Lo sguardo d’insieme che manca a Palazzo Lombardia, in altre parole, esiste già, ma è affidato al tempo libero degli amministratori.

Gorgonzola, del resto, porta nel dibattito un’esperienza collaudata: la Martesana, attraversata dal naviglio, è abituata a pensare politiche e iniziative comuni. E ha un vantaggio che la sindaca rivendica senza imbarazzo, la linea 2 della metropolitana, che rende il problema dei trasporti meno bruciante che altrove. Resta il punto politico, che Mainini ha consegnato alla chiusura. Se dalla Regione partirà una proposta di legge da trasmettere al Parlamento, i sindaci metropolitani dovranno entrarci “non come comprimari, non come protagonisti di serie B, ma come protagonisti di una riforma che riguarda il futuro di tre milioni e mezzo di persone e non di una sola città”.