Il dibattito sulla legge speciale rischia a volte di apparire come un tecnicismo istituzionale. In realtà basta guardare ai cantieri aperti dell’amministrazione metropolitana per capire che la posta in gioco è molto concreta e tocca il quotidiano di milioni di cittadini. Ogni volta che l’area metropolitana milanese si trova a dover affrontare un problema di rango territoriale — e sono ormai la maggior parte di quelli che la città affronta — si scontra con strumenti normativi tarati su una Milano che non esiste più da tempo.

Il primo terreno su cui la differenza sarebbe evidente è quello della pianificazione strategica e della rigenerazione urbana. È il campo su cui si gioca letteralmente il volto futuro della città, ed è anche il più esposto alle lentezze di un quadro normativo pensato in altre stagioni. Una metropoli globale ha bisogno di poter governare il proprio sviluppo urbanistico, le politiche abitative e la trasformazione del territorio con strumenti di area vasta, coerenti con i flussi reali di residenti, lavoratori e studenti che attraversano ogni giorno i confini amministrativi del Comune capoluogo.

Il secondo terreno è quello della mobilità e dei trasporti metropolitani, a cui si lega strettamente la gestione integrata dei servizi pubblici di interesse generale. Il sistema dei trasporti, dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti è per sua natura di scala metropolitana, ma viene oggi gestito dentro gabbie istituzionali che non ne riflettono la reale estensione. E poi c’è il capitolo — cruciale per una città che sul proprio dinamismo ha costruito il proprio modello — delle politiche di attrazione di talenti e lavoratori qualificati, dell’innovazione, della digitalizzazione del rapporto tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese. Sono ambiti in cui le metropoli europee concorrenti di Milano muovono leve che Palazzo Marino, oggi, non ha pienamente a disposizione.

Uno dei meriti della discussione in corso è di tenere insieme la dimensione strategica con l’attenzione ai territori. Le zone omogenee già previste dalla legge Delrio potrebbero infatti diventare il vero strumento di raccordo fra la metropoli e i suoi comuni più piccoli, evitando che il rafforzamento del governo di area vasta si traduca in un accentramento milanocentrico. È la scommessa riformista della legge speciale: adeguare lo strumento alla dimensione del problema, senza sacrificare il mosaico di territori che compongono la vera Milano metropolitana.