L'intervista
Iran, Fassino oltre petrolio e nucleare: “Non possiamo dimenticare che a Teheran comanda un regime sanguinario. Questo governo fa poco”
Piero Fassino, da sempre impegnato sulla politica estera e figura storica della sinistra italiana, legge la crisi iraniana senza indulgere al realismo cinico: sicurezza e diritti devono stare insieme. Senza alibi.
Onorevole Fassino, la tregua tra Stati Uniti e Iran è fragile ma reale. È un passo avanti?
«Che si sia arrivati a una tregua, ancorché fragile, è positivo. Significa meno bombardamenti, meno vittime e uno spazio per un negoziato che eviti precipitazioni catastrofiche. Garantire la libera circolazione nello Stretto di Hormuz è essenziale per l’economia mondiale, così come impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare lo è per la sicurezza di Israele e della regione. Ma c’è un però: non possiamo dimenticare che a Teheran governa un regime sanguinario che continua a impiccare – ancora in questi giorni – giovani colpevoli solo di aver rivendicato libertà. Non è accettabile che le vite di ragazze e ragazzi siano meno importanti del petrolio. E’ un problema etico prima ancora che politico».
Il negoziato rischia di concentrarsi solo su petrolio e nucleare?
«È esattamente ciò che sta accadendo. Sono obiettivi importanti, ma non si può chiudere gli occhi davanti alle esecuzioni capitali e alla repressione. L’Iran è tra i paesi al mondo con il più alto numero di condanne a morte. La comunità internazionale deve chiedere la sospensione delle esecuzioni e la liberazione dei prigionieri politici e questa richiesta deve essere messa sul tavolo dei negoziati. Così come occorre chiedere a Nethanyahu di collocare l’azione di Israele entro il perimetro dell’accordo. Quello che sta accadendo in Libano mette a rischio la tregua appena siglata”
L’Italia e l’Europa stanno facendo abbastanza?
«No. Il governo italiano dice di voler contribuire alla soluzione del conflitto, ma fino ad oggi ha parlato solo di Hormuz e nucleare. Senza mai peraltro esprimere un giudizio critico netto sulle scelte di Trump e di Netanyahu. Bisogna porre il tema dei diritti umani in tutte le sedi, a partire da quella europea. Anche i leader europei, salvo rare eccezioni, hanno parlato solo di Hormuz e nucleare. Ma in gioco c’è la vita di un popolo».
Il regime iraniano oggi è più debole?
«Sì, è una bestia ferita. Ha subito colpi durissimi: infrastrutture, apparato militare, leadership. È più isolato nella regione, anche per aver aperto fronti di guerra con l’’Arabia Saudita, gli Emirati e persino la Turchia. Ma questo non significa che sia prossimo a cadere».
Si può immaginare un regime change?
«Sarebbe auspicabile, ma tutti gli analisti ritengono improbabile una rivolta popolare, anche per il feroce e pervasivo apparato repressivo del regime: oltre 100 mila miliziani delle Guardie della rivoluzione, più decine di migliaia di soldati. Peraltro gli interventi esterni, come insegnano le vicende di Iraq e Afghanistan, sono rischiosi e spesso fallimentari».
Allora quale via resta?
«Una transizione. Non necessariamente una rottura violenta, ma un processo graduale. Per questo e’ importante la sospensione delle esecuzioni e la liberazione dei prigionieri politici. Due atti che potrebbero aprire primi spazi di vita democratica. Sarebbe un primo passo verso una trasformazione interna».
Le transizioni, storicamente, come avvengono?
«Spesso passano da figure interne al sistema. In Cile, dopo Pinochet, la transizione fu avviata da un uomo del regime che condusse il Paese a elezioni vinte dalle forze democratiche. A Lisbona furono i militari a traghettare il Paese dal fascismo alla democrazia. In Polonia il superamento del regime fu guidato dall’accordo tra Solidarnosc e il Partito comunista. A Praga nel settembre dell’89 – prima della caduta del muro – fu formato un governo guidato dal governatore della Banca Centrale. Le transizioni sono processi, non eventi».
La politica occidentale, e anche la sinistra, sta sottovalutando la questione morale?
«Sì. C’è un doppio registro inaccettabile. Non vedo mobilitazioni, né prese di posizione forti sulla difesa di chi in Iran si batte per la libertà. L’unico capo di Stato che ha sollevato il tema recentemente è stato Macron. Ma non basta. Non possiamo accettare che in nome del petrolio si sia indifferenti di fronte alla impiccagione di ragazzi innocenti. E se altri voltano la testa altrove, non lo può fare la sinistra – in Italia, come in Europa – che ha il dovere morale e politico di sollevare il tema e mobilitare i cittadini in nome di diritti che sono la ragione stessa per cui la sinistra esiste».
Pezeshkian può essere l’uomo della transizione?
«Non lo so. Ha cercato di presentarsi come figura moderata, ma bisogna capire quali siano i reali rapporti di forza dentro il regime. Senza un riequilibrio interno, nessuna leadership potrà davvero guidare una transizione».
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