"Sulla giustizia si polarizza lo scontro anziché lavorare per la ricerca di soluzioni unitarie"
Petruccioli: “Schlein un’agitatrice, così questo Pd non governerà più. Riformisti, sveglia!”
Claudio Petruccioli è stato deputato e senatore, dirigente di primo piano del Pci e della sinistra riformista, direttore de L’Unità e per anni presidente della Rai. Oggi è tra le voci più autorevoli del campo liberal-democratico, impegnato con Libertà Eguale nel dibattito sulle riforme istituzionali. La sua biografia attraversa mezzo secolo di storia politica italiana, dalla fine della Prima Repubblica al progetto – incompiuto – del Partito democratico.
Questo Pd ha tradito la sua natura? Come può tornare ad essere un partito riformista serio, credibile?
«Scusi, mi fermo già qui. Ringraziandovi molto per aver pensato a me e per avermi dato uno spazio sul vostro giornale, mi verrebbe voglia di dire: fate uscire quello spazio in bianco. Potete scrivere che esce in bianco per volontà dell’intervistato. Perché non serve a niente parlarne. Le cose si sono messe su una china che non credo sia recuperabile».
Ma no, la prego. La pagina bianca no. Sul referendum, come giudica l’atteggiamento del Pd?
«Sul referendum, per esempio, escono interventi eccellenti: cito gli ultimi che ho letto, l’articolo di Augusto Barbera, la riflessione di Piero Tony. Di fronte a analisi così solide, cosa si può aggiungere? Su quali basi si può obiettare? Il problema è che non servono a nulla, perché non incidono su un sistema politico che ha smarrito i suoi strumenti di ragionamento e selezione».
Ha la sensazione che si usino troppo spesso, a sproposito, toni trascendentali, ultimativi, esiziali?
«Di questo referendum mi colpisce il tipo di confronto che produce. Se c’è una materia che per Costituzione dovrebbe essere oggetto di un impegno bipartisan e di un confronto aperto, è la revisione costituzionale. Poi, se restano differenze insuperabili, si vota. Ma il referendum costituzionale è previsto come estrema ratio: la Costituzione, all’articolo 138, dice che chi esercita il potere costituente – i parlamentari – deve prima cercare i due terzi. Questo significa rispettare davvero la Costituzione. Invece, paradossalmente, molti di quelli che ogni giorno si proclamano “difensori della Costituzione” finiscono per insultarne lo spirito, trasformando ogni passaggio in una guerra di religione».
Cioè i rispettosi diventano dispettosi.
«Non diventano niente. Quando vedo, e non faccio nomi, persone serissime dire che per “ragioni politiche” bisogna votare così o cosà, indipendentemente dal merito, lì la Costituzione è calpestata. La si usa come arma tattica, altroché rispetto».
Di chi è la responsabilità per questa deriva del confronto pubblico?
«Purtroppo, lo dico anche per la mia esperienza diretta in Rai, una responsabilità enorme ce l’hanno i talk show. Hanno polarizzato tutto. Hanno devastato la possibilità di un confronto di merito che aiuti a crescere lo spirito pubblico, su qualunque argomento. È quasi impossibile».
Torniamo al “suo” Pd, quello delle origini?
«Il Pd era nato su altre basi. Il rinnovamento pensato da alcuni di noi – mi accorgo oggi che eravamo in pochi – nasceva dall’idea di superare quel paradosso che Massimo Salvadori ha spiegato benissimo: nella storia dell’Italia unita, fino agli sgoccioli del Novecento, ci sono stati solo cambi di regime, non vere alternanze di governo. Dopo la caduta del Muro, alcuni di noi pensarono fosse il momento di contribuire a costruire una democrazia dell’alternanza matura: una sinistra di governo e una destra di governo, dentro la cornice liberale della Costituzione. Questo voleva dire competizione aperta, ma anche rispetto delle regole e riconoscimento reciproco».
E invece, oggi?
«Oggi invece siamo al rovescio: quando governa l’altro, è “la fine del mondo”. Pericolo per la democrazia, emergenza permanente. È la logica della polarizzazione, e così si creano, senza volerlo, le condizioni della catastrofe».
Dove si è inceppato il meccanismo?
«Per molti di noi che venivamo dal Pci, il Pd doveva servire a mettere insieme le forze in grado di costruire una sinistra di governo stabile. Noi potevamo dare un contributo, un impulso iniziale, ma non bastava. Il coronamento doveva essere un partito capace di unire culture riformiste diverse e di guidare l’alternanza. Forse all’inizio il Pd lo ha pensato e lo ha detto. Ma non lo ha mai realizzato davvero. E con il tempo ha smesso di dirlo, poi ha smesso di pensarci».
Il Pci non poteva governare per il suo ancoraggio a Mosca…
«E oggi le sembra che ci sia qualche vincolo internazionale per cui Schlein non potrebbe governare? No di certo. Se oggi la sinistra non riesce a proporsi come forza di governo credibile, la responsabilità è solo sua. Giorgia Meloni questo problema se lo è posto. Ha capito di essere arrivata a Palazzo Chigi con un deficit di legittimazione storico-culturale. Ha capito che, per dare vita a una destra di governo, deve darsi certi riferimenti internazionali, assumere certi comportamenti. E su questo si sta muovendo con determinazione. Dall’altra parte, invece, spesso si fa l’opposto».
Sta governando bene?
«Sta facendo il suo lavoro più o meno bene, con molte falle, ed è giusto criticarle. Ma ha chiaro il problema di fondo: dimostrare che esiste una destra di governo. Il punto è che dall’altra parte si preferisce rincorrere chi la spara più grossa, dare spazio alle fesserie più clamorose, anziché costruire un’alternativa seria».
Tra queste fesserie ci mettiamo anche la patrimoniale?
«Dipende da come la si dice. “Patrimoniale” è uno slogan. La circolazione dei capitali è libera, la casa è già tassata. Se il Pd vuole una patrimoniale, lo dica con chiarezza: “vogliamo aumentare l’Imu in questo modo, per questi scopi”. Ma procedere per slogan significa solo spaventare, non governare».
Come sul referendum…
«È raccapricciante che tutto venga ridotto a uno scontro su parole d’ordine assurde: “la liquidazione della Costituzione”, “sta arrivando il fascismo”, e via così. Invece di discutere nel merito, di ascoltare i giuristi migliori, si trasforma il referendum nell’ennesimo processo alle intenzioni».
Siamo all’imbarbarimento del confronto civile…
«Sì. E temo che, qualunque sia l’esito del referendum, dopo il voto la situazione sarà peggiore. Avremo tifoserie che si insultano, una maggioranza che ha rifiutato un confronto serio in aula, opposizioni che fanno solo battaglie identitarie. Non è che “la democrazia è finita”, ma la salute della democrazia italiana, già precaria, rischia di peggiorare. Poi nel 2027 arriverà il confronto elettorale descritto come “Giudizio di Dio”: il Bene contro il Male. Ogni voce ragionevole verrà travolta da due schieramenti che vivono di scontro permanente».
Questo vale per tutto: esteri, difesa, energia…
«Un’opposizione deve certamente opporsi, ma con l’obiettivo di proporsi come governo: più affidabile, serio, credibile. Diventare maggioranza. Oggi invece ci si misura sul volume delle grida, senza costruire una vera alternativa di governo».
Schlein può essere la front-runner del campo largo, alle elezioni?
«Lo ha detto chiarissimamente Romano Prodi: no. Se Schlein non capisce la necessità di cambiare la linea politica, tutta l’azione del Pd diventa una petizione di principio senza nessuna consistenza. Finora ha dimostrato di essere più un’agitatrice che una leader. Questo è quello che mi spiace. E non per il Pd in sé, ma per la politica in generale, per la democrazia, per l’Italia. Perché non offrire alcuna seria alternativa di governo significa condannare tutto il Paese, non il Pd. E lo si vede anche da come si sta sviluppando il confronto sul referendum».
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