Più Uno. Partirà alle 10 di oggi l’atto fondativo del nuovo soggetto politico – l’ala moderata del centrosinistra, nelle intenzioni – dal Salone delle Colonne dell’Eur. Un luogo irrituale per la politica, ed è buon segno. A lanciare Più Uno sarà Ernesto Maria Ruffini. Che nel nome non somma il suo a quelli già esistenti tra i piccoli partiti, ma si riferisce alla centralità umanistica dell’individuo, pilastro della società. Abbiamo incontrato l’ex Presidente di Agenzia delle Entrate, alla vigilia di questa “uscita” importante.

Il movimento neo-ulivista, prodiano fin nel midollo, a cui guarda con simpatia anche una parte del Pd ormai quasi ex Dem- si pensi all’area Beppe Fioroni e a Luigi Zanda. Ma ci sarà anche l’ex Ministro e Sottosegretario Vincenzo Spadafora, messa ormai abbondantemente alle spalle l’esperienza nel Movimento. È Romano Prodi a dare, via Corriere della Sera, il suo viatico al discepolo. «Ruffini – spiega Prodi – lo conosco da molti anni, lo stimo e non posso che parlarne bene. Lo seguo con interesse e so che proprio in questi giorni riunirà i suoi comitati. Seguo lui come ho seguito con interesse ciò che è accaduto a Milano qualche settimana fa nel Pd», ha detto con riferimento all’incontro dei riformisti.

Oggi riunirete a Roma i Comitati “Più uno”: qual è esattamente la missione politica che intendete affidarvi e in che modo questo Movimento vuole “ridare voce” a una democrazia che lei definisce a bassa intensità?
«Per tornare a incidere davvero sulla realtà serve soprattutto riaccendere la partecipazione di chi, negli anni, si è allontanato dalla politica. Bisogna sanare le fratture che dividono i territori, rivolgersi a tutte le generazioni e contribuire al miglioramento di ogni condizione sociale. Nel concreto, la scuola, la sanità, il lavoro e lo sviluppo sono temi affidati all’assemblea di più Uno che riunirà quasi 300 comitati provenienti da tutta Italia. Un primo passo verso una partecipazione ad “alta intensità”».

Lei parla di una parte politica che “pratica una vocazione minoritaria”: quali sono, oggi, gli errori più evidenti che impediscono al campo progressista di confrontarsi con l’ambizione di governo?
«Il centrosinistra sembra convinto di essere dalla parte giusta della storia, senza però avere l’ambizione di confrontarsi con la realtà per cambiarla davvero. Rinunciare a qualsiasi progetto di trasformazione significa dimenticare che per fare politica non ci si può limitare ad amministrare il presente. Questa vocazione minoritaria segna una distanza tra le percentuali dei sondaggi e il confronto con i voti reali delle urne. Le regionali registrano un allarme di disaffezione anche là dove il centrosinistra ha vinto».

Richiama la lezione dell’Ulivo e dei Comitati di cittadini: è realismo politico o semplice nostalgia? Vuole davvero riproporre quell’esperienza in versione aggiornata?
«L’Ulivo ha rappresentato un desiderio: una nuova stagione di partecipazione e impegno per il bene del Paese. Con l’Ulivo c’era una sintesi: oggi no. Mentre è fondamentale ripartire dalla capacità di sintesi di allora tra forze distanti. A proposito, nel recente attacco di Bertinotti a Romano Prodi manca un dato non trascurabile: nelle elezioni che seguirono la caduta di Prodi, Rifondazione Comunista dimezzò i voti. Non bastò neanche allora la linea del “movimentismo”».

Lei dice che il Pd sembra essersi arreso davanti al “partito degli astenuti”, abbandonando la sua vocazione maggioritaria: ha ragione Romano Prodi quando sostiene che Elly Schlein, così com’è oggi il Pd, non sarebbe in grado di contendere davvero la premiership a Giorgia Meloni?
«Prodi punta il dito su un tema che il PD non può più permettersi di rinviare. Il partito, con la sua storia, le sue strutture territoriali e i suoi corpi intermedi, sta progressivamente rinunciano alla promessa per cui è nato. Il Pd era un progetto da costruire e non solo prodotto da comunicare».

Sostegno all’Ucraina, Difesa europea, ingerenze russe, Medio Oriente, rapporto con gli Stati Uniti: nel Movimento che lei immagina esiste una visione di politica internazionale capace di correggere l’attuale balbettio del Pd su questi temi?
«In un mondo di incertezze dobbiamo tornare a credere nel ruolo attivo dell’Europa ed esserne responsabili. L’Europa della pace deve affermare un orizzonte comune, orientato all’unità e alla piena dignità della persona. C’è un’Europa che pensa a Trump come un alleato affidabile e ai dazi come una inevitabile conseguenza. C’è invece chi ritiene che i dazi rappresentino un attacco politico oltre che commerciale».

Lei dice che la bandiera da risollevare è quella del centrosinistra e dell’Ulivo, non un suo pezzo: non è che, alla fine, il suo vero obiettivo è rifondare il Pd e tornare alla casella di partenza?
«Sarebbe un errore rinunciare a una bandiera che rappresenta valori e storie importanti. Bisogna andare oltre il campo largo e abbracciare tutte le energie straordinarie del Paese che sono ancora alla ricerca di una rappresentanza. Dal Terzo Settore, che sana le fragilità dei territori, fino ad arrivare agli imprenditori che tra mille difficoltà trainano lo sviluppo economico del Paese. La casella di partenza è la partecipazione, la fiducia nel futuro».

Qualcuno storce il naso: viene dall’Agenzia delle Entrate, con le tasse così impopolari tra gli italiani… quale consenso pensa davvero di poter raccogliere?
«La destra non mi sembra che abbia abolito le tasse. Il centrosinistra non le ha inventate. Registro invece un Paese in cui il labirinto fiscale di scaglioni, detrazioni e bonus è lontano dallo spirito costituzionale dell’articolo 53. Servirebbe una seria riforma organica, capace di restituire trasparenza e fiducia. Il consenso si costruisce anche con la serietà e l’impegno».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.