Il Consiglio dei Ministri, il 4 novembre scorso, ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo di recepimento della Direttiva 2016/343/UE sulla presunzione di innocenza, volto, tra l’altro, programmaticamente, a cambiare i rapporti tra indagini preliminari, dove il protagonismo di alcuni pubblici ministeri e/o dirigenti di polizia giudiziaria spesso porta all’intollerabile affievolimento dei diritti dell’indagato, presunto innocente fino a sentenza definitiva, e giudizio. Ed è soprattutto su questo che si sono registrate le maggiori polemiche.

Non ritengo valga la pena di schierarsi né con coloro che nel provvedimento legislativo vedono la panacea di tutti i mali che affliggono la giustizia, ma neppure con coloro che paventano che esso non consenta, ma al contrario allontani, il raggiungimento dell’equilibrio fra i due fondamentali principi della dignità delle persone, e, dunque, anche di chi è sottoposto a un’indagine processuale, in cui si rinviene la ratio della stessa presunzione di non colpevolezza, e del diritto all’informazione in entrambe le facce in cui si sostanzia, quello di informare e quello di essere informati.
Meglio lasciare, invece, libero sfogo al cupo ottimismo di chi, per parafrasare Francesco Carrara, «un tempo ingenuo» credette che «la politica dei liberi reggimenti non fosse la politica dei despoti», ma a cui «le novelle esperienze (…) hanno pur troppo mostrato che sempre e dovunque quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra per tornarsene al cielo».

Sono, infatti, pienamente consapevole e fermamente convinto che esista un’aristocrazia togata, fatta di personaggi che, per dirla con Augusto Murri, «godono di tutti i privilegi, anche l’immunità dalla logica! (…) Per costoro quel che piace lice. E tanto più meravigliose e sciocche e false sono le cose affermate, tanto più la folla si volge stupita a questi privilegiati! Ed essi allora si sentono ammirati. Come l’oca, uscita appena dai sogni ambiziosi della notte, sbatte sconciamente le ali impotenti e crede di mandare fino al cielo i suoi clamori ridicoli, tali allora son costoro, spettacolo miserevole di vacuità stupida, presuntuosa, tracotante e maligna!».

Mi chiedo, dunque, se rispetto a questi signori le norme introdotte in ottemperanza alla direttiva europea potranno mai trovare effettiva applicazione. A sentir loro, no. Una voce, per tutte, si leva infatti dal coro dei dissenzienti, per avvertire: la direttiva «a me non lega niente e non chiude la bocca. Sono una persona che non ha timore di niente e di nessuno, dico sempre quello che penso e se non posso dire la verità è perché non posso dimostrarla. Continueremo a parlare e a spiegare all’opinione pubblica, che ne ha diritto». Si tratta magari di un modo di argomentare piuttosto grossier, che i filosofi Antoine Arnauld e Pierre Nicole avrebbero potuto addurre, nella loro Logique de Port Royal (1662) quale preclaro esempio di come non si dovrebbe ragionare, ma i precedenti non sono rassicuranti e danno purtroppo ragione ai normofobi. «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? | Nullo, però che ‘l pastor che procede, | rugumar può, ma non ha l’unghie fesse», verrebbe da chiedersi con Marco Lombardo (Purg. XVI, 97-99), di fronte al meccanismo di attenzione-disattenzione selettiva, tipico d’ogni «polizia del pensiero», che parrebbe ispirare l’opus dei titolari dell’azione disciplinare, quando condotte in violazioni di legge o di norme deontologiche appartengano a esponenti di quell’aristocrazia togata, la quale si sente, ed è considerata da chi dovrebbe istituzionalmente contenerne la bulimia e gli eccessi, al di sopra della Costituzione e delle leggi.

Non è un caso, infatti, che essa sia rimasta sin qui indifferente ai moniti che il Capo dello Stato lancia ciclicamente, per ricordare ai magistrati l’importanza di esercitare le proprie funzioni nel rispetto della Costituzione. E abbia dato continuamente mostra d’ignorare le Linee-guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale, adottate dal Consiglio Superiore della Magistratura, nelle quali si stabilisce che «la comunicazione (…) deve essere obiettiva, sia che provenga da tribunali o corti sia che provenga da uffici di procura»; che «la presentazione del contenuto di un’accusa deve essere imparziale, equilibrata e misurata, non meno della presentazione di una decisione giurisdizionale»; che, dunque, «vanno evitate la discriminazione tra giornalisti o testate, la costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell’informazione, la personalizzazione delle informazioni, l’espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi». Linee-guida, nelle quali, spicca il richiamo, per un verso, al dovere di assicurare il rispetto della presunzione di innocenza, dovendo evitarsi «tanto più quando i fatti sono di particolare complessità o la loro ricostruzione è affidata ad un ragionamento indiziario, ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate»; e, per altro verso, al rispetto di altri princìpi fondamentali, quali «La chiarezza nella distinzione di ruoli», tra magistratura requirente e giudicante; «la centralità del giudicato rispetto agli altri snodi processuali», indagini preliminari, misure cautelari, rinvio a giudizio, requisitorie e arringhe; e, ancora, «il diritto dell’imputato di non apprendere dalla stampa quanto dovrebbe essergli comunicato preventivamente in via formale»; nonché «il dovere del pubblico ministero di rispettare le decisioni giudiziarie, contrastandole non nella comunicazione pubblica bensì nelle sedi processuali proprie e, specificamente, con le impugnazioni».

Quel che occorrerebbe veramente per l’effettiva tutela della presunzione d’innocenza è un radicale cambiamento di mentalità, implicante l’abbandono dell’idea che la magistratura, quando è massimo l’allarme, talvolta addirittura enfatizzato ad hoc, nei confronti di una determinata manifestazione criminale, debba svolgere un improprio compito di supplenza, quale il muovere guerra contro il nemico del momento. Solo così si bandirebbero definitivamente subturpicula del tipo: «il nostro compito», inteso come compito delle procure della Repubblica, «è quello di derattizzare, non con il colpo di spillo ma con la scimitarra, che è un’arma diversa dal fioretto, perché solo la scimitarra si capisce; il colpo di spillo non si sente perché ci si è assuefatti, a furia di reiterare i comportamenti di faccendieri, di ingordi che non si saziano di nulla»; situazione che «noi (…) stiamo cambiando e la cambieremo, alla grande, abbiamo la cartucciera piena» avendo «la possibilità e l’onore di dirigere pezzi della migliore polizia giudiziaria italiana»; ovvero del tipo «I centri di potere si sono accorti in ritardo, ma ormai il gioco è fatto: i centri di potere non mi hanno preso sul serio (…) e li ho fregati. Oggi è tardi, oggi la macchina non si ferma più, nessun centro di potere (…) la può fermare. Siamo una macchina da guerra».

In mancanza di tale rivoluzione culturale ci si dovrà rassegnare a continuare ad assistere, come se nulla fosse, alle pletoriche conferenze stampa del procuratore capo di turno, circondato da una folta schiera di militari e di funzionari, che tanto ricordano le «società corali» descritte da Piero Calamandrei, i cui membri, in occasione delle autocelebrazioni, si assiepavano ad arculas intorno al gerarca come «lugubri bandisti da funerale», a voler ostentare l’orgia del proprio potere.

Con questo articolo Otello Lupacchini, magistrato in pensione da pochi mesi ed ex procuratore generale di Catanzaro, inizia la sua collaborazione con il Riformista.

Giusfilosofo e magistrato in pensione