Adesso vi mostro la pistola fumante che prova il fatto che Tangentopoli fosse una operazione politica e non di ordinario intervento della giustizia. È una storia nota, l’ho anche portata in teatro qualche anno fa al Brancaccio di Roma, Raccontata oggi penso che possa spiegare molto se non tutto. Nel 1980, come giornalista di Repubblica su ordine diretto di Eugenio Scalfari andai a fare un’intervista che diventò senza alcuna mia particolare intenzione un grande scoop di cui si parlò per settimane. «Vai a intervistare Evangelisti per favore, mi disse Eugenio. Vuole dire qualcosa su quegli assegni dell’Italia di cui ha scritto l’Espresso. Mi ha chiesto di sentire la sua». A quell’epoca Franco Evangelisti, ministro della marina mercantile, era il braccio destro di Giulio Andreotti.

Mi ricevette scamiciato nell’androne del suo ministero all’Eur e mentre salivamo in ascensore mi disse: «Lo sai il direttore tuo ti stima perché quando gli ho chiesto di mandarmi uno bravo lui mi ha detto ti mando Guzzanti che mica è uno stronzo». Rassicurato, mi sedetti ed estrassi il taccuino degli appunti. Ma Evangelisti mi bloccò: «Rimetti in tasca quel coso. Te lo dico io quando comincia l’intervista. Prima devi sapere che qua avemo rubbato tutti!».
In quel periodo Eugenio Scalfari, fondatore e direttore di Repubblica, curava i rapporti fra Berlinguer e Andreotti attraverso i loro luogotenenti: Tonino Tatò e Franco Evangelisti. Ma il settimanale l’Espresso, diretto da Livio Zanetti in rotta con Scalfari, aveva messo un bastone fra le ruote pubblicando le foto di alcuni assegni di Italcasse ad Evangelisti. Bisognava riparare e fui mandato a riparare benché non avessi la più pallida idea di che cosa e fu così che mi capitò di ascoltare, e poi pubblicare, la più straordinaria e avventata confessione spontanea che un ministro abbia rilasciato a un giornalista. Evangelisti, infatti, mi spiegò che quegli assegni erano una cosa normale perché «qui tutti rubbamo dalla matina alla sera» a cominciare dal Pci che «pija i sòrdi dai russi, e noi mica semo scemi, noi pure ciavemo bisogno de ‘n sacco de sordi e er finanziamento pubblico nun ce basta».

Poi disse: «Ecco, adesso ritira fori er quadernetto e allora tu me chiedi onorevole Evangelisti questi assegni che me rappresentano? E inzomma er resto l’hai capito e io dico sì, certo, ci vorrebbe maggiore trasparenza, fai tu, mettece quarche cosa tu, devo correre perché ciò na riunione importante». Corsi in redazione, scrissi tutto lo straordinario racconto di Evangelisti, impaginai io stesso l’articolo e lo portai in tipografia. Uscì in seconda pagina e po scoppiò il botto. Tutti parlarono solo dell’intervista e Paolo Flores D’Arcais, futuro direttore di Micromega ma a quel tempo responsabile della sezione Cultura del Psi di Craxi, in fretta e furia mise in piedi un convegno intitolato “A’ Fra’ che te serve” trasmesso in diretta da RaiDue e tutti i giornali non parlarono d’altro. Si seppe che Andreotti incrociando Evangelisti in Transatlantico gli disse «Imbecille» ordinandogli di dimettersi. E qui arriva la sorpresa.

La sorpresa fu che tutti – intellettuali, giornalisti, i politici stessi – concentrarono la loro attenzione non sulla rivelazione che tutti i partiti taglieggiassero aziende, incamerassero miliardi chi dall’Unione Sovietica, chi dalla Cia americana, chi dalle industrie di Stato o da quelle private. No, ciò su cui si concentrò l’attenzione e lo scandalo non furono i soldi delle tangenti (da cui nascerà dodici anni dopo Tangentopoli), ma lo stile, l’eloquio la volgarità di Evangelisti: «È intollerabile che un ministro della Repubblica si esprima con tale sfacciata arroganza…». E quando chiedevo ai miei amici giornalisti del Pci se non avessero altro da rilevare nelle sfrontate rivelazioni del ministro democristiano Evangelisti, mi risposero che «in tutta onestà», sulla questione degli approvvigionamenti illegali «bisogna andarci piano perché quella è una realtà ormai consolidata».

Venivano così anticipate le parole che pronuncerà Bettino Craxi davanti alla Camera dei deputati il 3 luglio del 1992 quando chiamò tutti i partiti e i segretari di partito a rispondere degli stessi reati a lui contestati e che commettevano da sempre per un principio di simmetria: se lo fa il Partito comunista foraggiandosi a Mosca, lo facciamo anche noi per riequilibrare il sistema. Di fronte alle accuse di Craxi a tutti gli altri partiti presenti e ben udenti, non si levò un fiato. Ma nel 1980 il sistema era in perfetto equilibrio. Francesco Cossiga mi raccontò che quando l’inviato dalle Botteghe Oscure partiva per Mosca per consegnare a Ponomariov una valigetta vuota per vedersela restituire piena di dollari, sapeva che al ritorno lo avrebbero aspettavato un rappresentante del ministero degli Interni (talvolta Cossiga stesso) e due agenti del Tesoro americano, per accertare che i dollari non fossero contraffatti. Espletate queste procedure gli americani rientravano alla loro base mentre l’emissario del Pci e quello del Viminale portavano il malloppo alla banca vaticana dello Ior di monsignor Marcinkus dove i dollari erano cambiati in lire e finalmente la valigia rientrava in via delle Botteghe Oscure.

Tutti sapevano, tutti partecipavano, i partiti percepivano il finanziamento pubblico e lo integravano con denaro arrivato sia dall’estero che da imprese amiche come le cooperative che alimentavano prima di tutto il Pci con partecipazione anche dei socialisti, poi la Dc, con un sostegno poco più che simbolico per il partito Repubblicano.
Che cosa mancava per poter spiegare ciò che avvenne di colpo con la scoperta di mazzette di denaro arrotolate nelle mutande di uno sconosciuto Mario Chiesa? Mancava il nuovo principio etico secondo cui rubare per il partito non è reato, o se lo diventa va considerato comunque un atto di silenzioso eroismo se non un sacrificio per meglio servire la causa, che è quella del partito. Ecco, dunque, che quando arriverà il momento del bombardamento termonucleare contro i partiti della prima Repubblica, a prescindere da ciò che avrebbe sentenziato la magistratura, fu promossa una efficace campagna che rendeva figura santa e buona quella della staffetta partigiana che riempiva le casse del partito senza mettersi in tasca nulla, e poi ritraeva il mascalzone che faceva la cresta sulla raccolta illegale di fondi per il suo partito e si fabbricava una casa con la rubinetteria d’oro.

Quando la nuova etica fece presa, la società si trovò divisa razzialmente: da una parte gli ariani del bene che rubano per un ideale e dall’altra i reietti, per lo più socialisti, democristiani e socialdemocratici. Fu allora che cominciò il populismo come lo conosciamo noi oggi: dalle monetine lanciate contro Bettino Craxi che usciva dall’Hotel Raphael fino ai forconi e ai propositi di scoperchiare il Parlamento come una scatola di tonno, precedendo di molti anni i facinorosi di Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Le domande d’obbligo non soltanto restano insoddisfatte, ma nessuno le mai fatte: perché nessun procuratore della Repubblica aprì alcun dossier dopo le dichiarazioni di un ministro che rivelava nel 1980 tutto il genere di reati che poi si finse di scoprire come una improvvisa novità nel 1992?

Zitti zitti piano piano, senza fare confusione, per la scala del balcone presto presto via di qua erano i versi cantati in un sussurro da tutti i protagonisti della corruzione malversazione concussione con il loro seguito di centinaio di arrestati inviati a San Vittore o a Regina Coeli nel terrore di essere sessualmente abusati, una quarantina di morti per suicidi spesso dubitabili, come quello di Gabriele Cagliari che su sarebbe soffocato con un sacchetto di plastica trattenuto dalle sue stesse mani mentre soffocava e di Raoul Gardini che dopo aver fatto una doccia e indossato una vestaglia, si sarebbe distrattamente sparato una revolverata alla tempia in un momento di relax.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.