Il Fatto Quotidiano è in lutto. Sebbene in queste ore il partito del suo direttore – i 5 Stelle – stia mietendo successi, con l’abolizione della prescrizione, con l’estensione delle intercettazioni, con un progetto di riforma del processo penale che assomiglia a un bicchiere d’acqua liscia.

È in lutto perché si è reso conto che a ingombrare la strada dello smantellamento dello Stato di diritto c’è un macigno: la Costituzione. E per di più c’è una Corte che ogni tanto si sveglia e pretende che sia rispettata. L’altro giorno ha emesso una sentenza, certo molto scontata, ma fastidiosissima. Ha escluso che le pene possano essere retroattive. Rifacendosi non solo a principi stabiliti negli anni dell’illuminismo, e mai più rimessi i in discussione nei Paesi a democrazia moderna. Ma addirittura dando per buone alcune norme del diritto romano, stabilite circa 2000 anni prima della nascita di Marco Travaglio: “Nulla poena sine lege”. È lingua latina, di abbastanza facile traduzione. Questa regola, semplice semplice, stabilisce che non può essere assegnata a nessuno una pena che non fosse prevista dalla legge vigente al momento nel quale è stato commesso il delitto.

La Corte ha dato uno sguardo alla “spazzacorrotti” ed è inorridita. Perché la “spazzacorrotti”, oltre a stabilire che un reato minore (tipo traffico di influenze) va equiparato al delitto di strage mafiosa (e deve essere considerato assai più grave di reati come stupro o strage, se questi reati non sono commessi con finalità politiche) stabilisce anche che la norma per la quale un condannato per reati legati alla politica non può godere dei benefici penitenziari è retroattiva. Cioè si applica a delitti e condanne antecedenti all’entrata in vigore della legge. Non c’era bisogno della Corte per decidere che la norma viola in modo clamoroso la Costituzione: bastava uno studente bravino di seconda media. Ma questo non cambia la natura del problema sollevato da Travaglio, a nome del partito dei Pm: non si può andare avanti con questo laccio al piede che è la Costituzione Repubblicana. Se dobbiamo continuare a operare in uno Stato dove vige il diritto e dove gli imputati, i sospettati, magari persino i condannati, sono protetti da un sistema di garanzie, è inutile continuare a progettare la Repubblica dei Giusti. È una fatica di Sisifo. Di qui la furia.

Quel che mi colpisce è la qualità della furia. Il giornale dei Pm ieri dedicava quasi tutta la prima pagina all’espressione della sua rabbia per la scarcerazione di una mezza dozzina di esponenti politici, prevalen-temente del Pd. Quelli che sono finiti in prigione nel processo di Mafia Capitale, come la chiama Travaglio, incurante del fatto che la Cassazione ha stabilito che con quella vicenda la mafia non c’entrava niente. La rabbia è proprio per la scarcerazione, ed è espressa in tutti gli articoli. Vedere un prigioniero, col suo sacco di plastica pieno di vestiti e suppellettili, uscire dalla porta di Rebibbia e tornare ad abbracciare i suoi cari, indigna quel pezzo di popolo, probabilmente non troppo piccolo, rappresentato da Travaglio e dai suoi. Ed è una cosa che non riesco proprio a capire, ma che non può essere ignorata. C’è una parte della società che risolve le proprie frustrazioni godendo esclusivamente della sofferenza dei disgraziati. E questa parte di società ha invaso l’establishment, l’intellettualità, i giornali.

La furia istintiva del Fatto, ferito dalle scarcerazioni, si riversa nei ragionamenti contenuti nell’editoriale di Marco Travaglio. Il quale paragona gli avvenimenti di questi giorni ad alcuni avvenimenti dei primi anni Novanta, cioè del periodo dell’inchiesta Mani Pulite. È giusto il paragone? Sì, però in termini invertiti rispetto alla ricostruzione di Travaglio. Il paragone tra quei tempi foschi e questi sta nella nuova offensiva giustizialista. Travaglio invece racconta un’altra storia. Si lamenta per l’applicazione della Costituzione e la fine della retroattività delle pene. E sostiene che questo colpo di spugna assomiglia al colpo di spugna del decreto Biondi.