La mia intervista passata alla storia minore della politica italiana con il titolo “A Fra’, che te serve?” compie quarant’anni ed è ora di spiegare perché quel singolare evento giornalistico avvenuto per caso, possa essere letto come un elemento chiave per capire quel che è successo dopo: la decapitazione della Prima Repubblica e l’avvento di un regime giudiziario. L’intervista avvenne per caso. Fui mandato da Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, a intervistare il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti e, per circostanze familiari, generò una imbarazzante confessione. Ma l’elemento mancante di questa storia è questo: benché per caso io avessi messo i piedi sulla futura Tangentopoli con tutte le modalità che provocheranno l’inchiesta di Mani Pulite tredici anni dopo, nel 1980 non un solo procuratore della Repubblica aprì un’indagine contro ignoti (in realtà notissimi) per i reati che saranno molti anni dopo contestati per mettere in moto “La ghigliottina italiana” (titolo del libro di Burnett e Mantovano, The Italian Guillotine, mai tradotto in italiano ma reperibile su Internet).

Il vero protagonista di quel che accadde fu il fattore umano, come lo chiamò Graham Green in una sua famosa storia di spionaggio: quello che spinse Franco Evangelisti ad accogliermi nell’androne marmoreo del suo ministero, gridando «A’ Guzzà, tu lo sai che tuo padre è amico di Giulio, vero? Allora, prima di tutto devo raccontarti il ‘black ground’ (cioè il background, il retroscena) perché tu devi capire che qui, noi, avemo rubbato tutti. Hai capito? Tutti. Rimetti in tasca quel bloc notes, te lo dico dopo io che cosa devi scrivere. Ma prima devi capire come funziona il sistema». E me lo disse. Rimase scioccantemente sorpreso il giorno che si vide la confessione pubblicata su la Repubblica, con conseguenze per lui devastanti perché dovette dimettersi da ministro e si vide stroncata la carriera. Un anno dopo, il direttore dell’Espresso, Livio Zanetti mi chiese di fare un tentativo spudorato: chiedere a Franco Evangelisti, ormai in disgrazia, di rivisitare con una nuova intervista, la sua disgrazia giornalistica con me. Mi rispose al telefono e disse: «Dunque, me vorresti fare un’altra intervista e raccontare tutto quello che ho passato?». Questa è l’idea, confermai. «Fammi pensare. Senti, Guzzà, c’ho pensato: ma vedi un po’ d’annà affanculo». A quei tempi era raro che i politici usassero il vaffa.

Quello che Evangelisti non seppe, perché morì, fu il mio disagio e anche la mia rabbia per avergli rovinato inutilmente la vita, visto che lui fu linciato per la sua imprudenza: il linguaggio sguaiato, l’onnipotenza democristiana, la volgarità. Ma fecero tutti finta che si trattasse soltanto di un caso di cattivo gusto. E benché io avessi tentato di proporre un’inchiesta sui finanziamenti occulti, l’argomento fu lasciato cadere con un argomento lineare: il primo compromesso storico fra il Pci togliattiano e la Democrazia Cristiana includeva l’accordo secondo cui il partito comunista avrebbe ricevuto i suoi regolari finanziamenti in dollari da Mosca insieme ad altri benefici economici sui contratti energetici con l’Unione Sovietica, in piena ma tollerata illegalità. Tutto ciò è oggi pacifico, nessuna obiezione. Ma il finanziamento illecito del Pci aveva ricadute a cascata: tutti gli altri partiti, consapevoli e complici, consideravano altrettanto lecito approvvigionarsi come credevano, benché i partiti ricevessero un finanziamento pubblico. L’intervista fece dunque un botto mediatico, io diventai per qualche giorno una star, la testa del ministro cadde nel paniere, ma tutto restò come prima. L’argomento del finanziamento illecito, ruberie, tangenti, corruzioni e concussioni era off limits, perché avrebbe messo a rischio uno stato delle cose da cui tutti traevano vantaggio. L’operazione Tangentopoli con Mani Pulite, avvenne del resto soltanto dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la fine dei finanziamenti.

Era allora considerato normale, benché illegale, che il Partito Comunista ricevesse da Mosca milioni di dollari che un inviato del Pci andava a ritirare dalle mani di Ponomariov e che rendeva di fatto lecito che gli altri partiti si adeguassero con generosità. Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga mi raccontò che quando il messo di Botteghe Oscure tornava da Mosca con la sua valigetta, trovava ad aspettarlo una eminenza grigia del Viminale (anche lo stesso Cossiga) e due agenti del Tesoro americani incaricati di controllare la genuinità. Ecco una prova ulteriore di come la fine della Guerra Fredda fece saltare il sistema politico italiano, cosa che Cossiga aveva previsto e gridato con scompostezza.

Il fattore umano che sta dietro questa vicenda è questo. Mia nonna, Agnese Balducci, e la sua cara amica Rosa Falasca maritata Andreotti, negli anni Venti dello scorso secolo avevano nel collegio di via degli Orfani, i loro figli Giulio e mio zio Fausto. Entrambe le famiglie vivevano in via Parione dietro piazza Navona e quei tre ragazzi (c’era anche mia madre Graziella) giocarono insieme per l’intera infanzia. «Giulio – mi raccontava mia madre – indossava sempre un vellutino nero e voleva giocare al giornalista con il taccuino in mano. E la madre di Giulio. Rosa, confidava a mia nonna: «Questo ragazzino è troppo diverso dagli altri, non so proprio che cosa farà nella vita». Poi tutti crebbero. E Giulio Andreotti diventò amico anche di mio padre sicché durante gli anni della mia adolescenza capitava che il rampante ministro venisse spesso a prendere un caffè. Mezzo secolo più tardi, fra il 2002 e il 2006, Andreotti fu il mio più spietato avversario come nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, di cui io ero presidente: arrivava sempre in anticipo e ci incontravamo nell’aula vuota e spesso rievocava gli anni dell’infanzia: «Come sta mammà?», mi chiedeva usando il vecchio francesismo per “maman” che ancora si usava nella borghesia romana. Mammà, rispondevo, sta a bene, anche lei oltre i novanta. Poi se ne sono andati tutti ma dopo una tenace resistenza.