La Corte costituzionale ha giudicato ammissibili cinque dei sei quesiti referendari sulla giustizia. Tra aprile e maggio gli italiani potranno votare per l’abrogazione della legge Severino sulla incandidabilità e la decadenza dei parlamentari e di altri esponenti istituzionali, sulla separazione delle carriere dei magistrati, sulla stretta alla custodia cautelare, sul via libera alle candidature per il Csm senza bisogno di un numero di firme tra 25 e 50 e sul voto degli avvocati nei consigli giudiziari sulle valutazione dei magistrati.

La Consulta ha sottolineato che i cinque quesiti sono stati ritenuti ammissibili perché le rispettive richieste non rientrano in alcuna delle ipotesi per le quali l’ordinamento costituzionale esclude il ricorso all’istituto referendario. Nei prossimi giorni è previsto il deposito delle sentenze.

Si tratta di cinque dei sei quesiti proposti dalla Lega e dal partito Radicale ma presentati da otto Regioni governate dal centrodestra.

Le reazioni

Matteo Salvini, leader del Carroccio, si mostra entusiasta: “Primi quattro referendum sulla giustizia dichiarati ammissibili e presto sottoposti a voto popolare: vittoria!”. Fratelli d’Italia ha fatto sapere che appoggerà solo due dei quattro quesiti ammessi dalla Corte costituzionale, “ossia quello sulle separazione delle carriere e quello sull’elezione del Csm”. A dirlo all’Ansa è il deputato Andrea Delmastro, responsabile nazionale Giustizia per il partito. “Ma non potremo appoggiare gli altri. Ad esempio sulla custodia cautelare – spiega – perché mette a rischio la sicurezza e sulla legge Severino, perché se venisse abolita lascerebbe troppa discrezionalità ai giudici, sarebbero loro a decidere caso per caso e questo mi spaventa”.

I quesiti ammessi

In merito alla Legge Severino, varata nel 2012 dall’allora ministra della Giustizia Paola Severino, il quesito recita: “Abrogazione del Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi”.

Il secondo quesito ammesso è sulla ‘Limitazione delle misure cautelari’. L’obiettivo dei proponenti è lasciare in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi e abolire la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”.

Il terzo quesito ammesso riguarda la separazione delle funzioni dei magistrati e propone quindi l’abrogazione “delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati”.

Il quarto, infine, chiede l’abrogazione delle norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura. E in particolare le norme sulla costituzione e il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura: Legge 24 marzo 1958, n. 195 articolo 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’art. 23, né possono candidarsi a loro volta”.

Il quinto quesito ammissibile riguarda il voto degli avvocati nei consigli giudiziari sulle valutazione dei magistrati. Nel quesito si chiede di riconoscere, anche ai membri laici dei Consigli giudiziari, avvocati e professori, di partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati.

I quesiti non ammessi

Non ha passato l’esame della Consulta il quesito referendario sulla responsabilità civile diretta delle toghe. A spiegarlo in conferenza stampa è stato il presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato, al termine della camera di consiglio.

Una responsabilità votata nel 1987 con un referendum plebiscitario sulla scia del caso Tortora, quando l’80,21% voto sì. Ma la legge firmata l’anno seguente dall’allora Guardasigilli Giuliano Vassalli non prevedeva quanto chiesto dai Radicali, Partito socialista e Partito liberale: non c’era infatti una responsabilità “diretta” dei giudici ma un ‘filtro’ dello Stato, che poi si rivaleva economicamente sul magistrato.

Un ‘filtro’ che il referendum bocciato oggi dalla Consulta si proponeva di eliminare, proponendo la responsabilità diretta del magistrato che deve pagare di tasca sua una eventuale condanna per l’errore giudiziario commesso.

 

Redazione