Moderati senza bussola
Referendum, i leader del Terzo Polo hanno disorientato gli elettori: il pessimismo di Calenda, la confusione di Renzi e l’attacco di Magi
Si salva Marattin: il Partito Liberaldemocratico è stato chiaro da subito
La separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici ministeri non è mai stata, per l’area liberal-riformista italiana, una posizione tra le altre. È il cuore della promessa garantista: una ragione per cui Azione, Italia Viva, +Europa e il Partito Liberaldemocratico di Marattin esistono come soggetti distinti, né di destra né di sinistra, in un sistema che chiede continuamente di scegliere una trincea. Eppure il sondaggio SWG per il TGLa7 restituisce un paradosso che ha il sapore dell’autodafé: l’elettorato aggregato di queste forze ha votato Sì appena al 19%, No al 44%, astenuto per il 37%. Per chi del garantismo ha fatto vessillo e identità, è un esito che pesa più della sconfitta nazionale del fronte riformatore.
Per comprendere il cortocircuito, occorre guardare alle gradazioni di ambiguità nella campagna. Azione ha indicato il Sì, che era nel programma del 2022, ma il suo leader ha accompagnato l’indicazione con un crescendo di riserve: Calenda ha definito la campagna del centrodestra “vomitevole”, ha previsto pubblicamente la vittoria del No, ha attribuito in anticipo la colpa alla destra. Un Sì pronunciato con la voce di chi si prepara alla sconfitta non è un grido di battaglia. Tecnè le attribuisce l’80% di Sì tra i propri elettori: ma quel 20% di dissidenza dice che anche nella base il messaggio è arrivato sfocato.
Il Partito Liberaldemocratico è stato lineare: primo a costituire un comitato per il Sì fin dal novembre 2025, Marattin ha partecipato a iniziative, si è esposto senza riserve. Ma il peso elettorale del PLD resta minoritario. Più sfumata +Europa: Magi ha dichiarato il Sì con riserve profonde, definendo la riforma “pasticciata”, senza partecipare al voto finale alla Camera. Il partito per il Sì, il leader orientato al No: un ossimoro che ha generato frizioni interne.
Il caso più rivelatore resta Italia Viva: Renzi ha definito la riforma una “riformicchia”, ha lasciato libertà di voto e si è astenuto in Parlamento, dando vita – negli ultimi giorni di campagna elettorale – a messaggi contraddittori, facilmente attribuibili alla collocazione del suo partito nel campo largo del centrosinistra. Il risultato è stata una campagna in ordine sparso che ha scoraggiato gli elettori.
Il referendum, per sua natura plebiscitaria, chiedeva una cosa sola: scegliere. E in una campagna diventata rapidamente scontro tra schieramenti, il voto si era trasformato in scelta di campo. L’elettore centrista, educato per anni a diffidare delle appartenenze, a coltivare la complessità come virtù e l’equidistanza come postura, si è trovato davanti a una domanda binaria senza bussola condivisa. Chi costruisce riserve, chi sussurra che in fondo è una riformicchia: la cacofonia dei leader ha restituito all’elettorato non la libertà di coscienza, ma il disorientamento di chi non sa più quale casa abitare. E l’elettore, senza stella polare, si è lasciato portare dalla corrente.
Ma il dato è politico prima ancora che elettorale, e interroga non il merito del referendum ma l’esistenza stessa di uno spazio centrista praticabile. Un’area che sulla carta raccoglie consensi e che tuttavia, nel momento in cui la politica impone una scelta netta, si scopre incapace di orientare i propri elettori: non è un’area, è un’aspirazione. Il garantismo senza capacità di mobilitazione coerente è letteratura, non politica. E se non porta neppure un quinto dei suoi elettori a votare coerentemente sul tema che lo definisce, la domanda non è più se il Terzo Polo abbia ragione, ma se – in qualsiasi forma – ancora possa esistere.
Calenda, Renzi, Marattin, Magi: quattro personalità forti, quattro strategie tra loro incoerenti, quattro linguaggi che non compongono narrazione. Il problema ultimo, però, non sono i leader e le strategie ondivaghe. È un elettorato cresciuto nella retorica dell’alternativa al bipolarismo che, nel momento in cui il bipolarismo ha fatto irruzione nel voto trasformandolo in scelta di campo, ha scoperto di non avere un posto dove stare. Non per mancanza di idee, ma per mancanza di un luogo politico in cui quelle idee diventino appartenenza.
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