«Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra». Lo disse Piero Calamandrei, e raramente quella frase è apparsa così attuale come oggi. Domenica e lunedì gli italiani saranno chiamati a esprimersi su un referendum sulla riforma della magistratura.

Nella realtà dei fatti, si è trasformato in tutt’altro: una battaglia politica tra il fronte del Sì e quello del No, una resa dei conti sul modello di giustizia e, più in generale, sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il Sì punta a portare a compimento tre nodi storici: la separazione delle carriere tra Giudici e Pubblici ministeri, il doppio Csm con selezione anche tramite sorteggio e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Temi che affondano le radici nella tradizione del garantismo liberale e socialista. Eppure, proprio quella sinistra che per decenni ha rivendicato tali princìpi, oggi si presenta in larga parte schierata per il No. A guidare realmente questo fronte non sono tanto i partiti quanto l’Associazione nazionale magistrati, che si è assunta un ruolo politico pieno, scendendo direttamente in campo. Una scelta che solleva una questione di fondo: può, in un ordinamento fondato sulla separazione dei poteri, l’ordine giudiziario trasformarsi in soggetto politico e contrapporsi apertamente a legislativo ed esecutivo? È un interrogativo che non può essere liquidato con leggerezza.

In questo clima acceso sono scesi in campo esponenti della politica, della cultura e dello spettacolo. Ma tra le prese di posizione più significative spiccano quelle di due figure lontane per storia e sensibilità: Giuliano Pisapia e Arturo Parisi. Entrambi hanno scelto di votare Sì. Una decisione che pesa più di molte dichiarazioni di partito. Per Pisapia e Parisi la riforma, pur con tutti i limiti possibili, rappresenta un passo in avanti nel rafforzamento dello Stato di diritto. L’esatto opposto di quanto sostiene Mario Monti, che sul Corriere della Sera parla di un indebolimento senza però entrare nel merito dei quesiti. Il senatore a vita resta sul piano delle considerazioni generali, muovendosi nel contesto politico: non un voto contro il governo, dice, ma nemmeno un sostegno, accompagnato da critiche a Giorgia Meloni per la sua vicinanza a Donald Trump. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Più sorprendente è il comportamento di Matteo Renzi, che pure ha fatto del garantismo una bandiera. In sua compagnia si muovono altri protagonisti della politica italiana di provenienza ex DC – da Pier Ferdinando Casini a Clemente Mastella fino a Paolo Cirino Pomicino – approdati sul fronte del No dopo percorsi non sempre lineari. Colpisce, inoltre, il silenzio della Confindustria, tradizionalmente pronta a intervenire su ogni grande snodo politico ed economico. Una scelta di prudenza o il segnale di divisioni interne? O, più semplicemente, la volontà di non esporsi in una partita già fortemente segnata dalla presenza attiva della magistratura associata?

Le ragioni del Sì sostenute da Pisapia e Parisi meritano attenzione. Da un lato, la necessità di rompere l’ipocrisia di chi ha sempre proclamato di voler difendere il processo accusatorio salvo poi tirarsi indietro al momento decisivo. Dall’altro, l’esigenza di rispondere a un blocco giustizialista che, tra una parte della sinistra e il circuito mediatico-giudiziario, ha spesso inseguito il populismo penale del Movimento 5 Stelle. Per Pisapia e Parisi non è una scelta di campo a favore del governo, né un’investitura politica dell’attuale maggioranza. È, piuttosto, un atto di coerenza. Il giudizio sui governi si dà nelle urne politiche; qui è in gioco un principio di sistema.

Resta il nodo del correntismo. Un fenomeno che ha finito per deformare la fisiologia della magistratura, trasformando le correnti in centri di potere, dove troppo spesso il merito cede il passo all’appartenenza. È su questo terreno che la riforma prova, almeno nelle intenzioni, a intervenire. La destra, da parte sua, dovrebbe riconoscere di aver a lungo frainteso figure come Pisapia, confondendo il garantismo con un astratto giuridicismo. In realtà, quella tradizione affonda le radici nella cultura dello Stato di diritto. Per la sinistra, invece, questa scelta rappresenta una frattura profonda. E apre una domanda inevitabile: esiste ancora una sinistra capace di difendere il garantismo senza complessi? Nel fronte del No gioca un ruolo rilevante anche il sistema mediatico. La7 offre ogni giorno uno spettacolo emblematico: da un lato l’equilibrio del telegiornale di Enrico Mentana, dall’altro il circuito dei talk show, dove il confronto lascia spesso spazio a una polarizzazione permanente. Nel frattempo restano i fatti: Pisapia e Parisi votano Sì. In tempi di conformismo e calcolo, è già una notizia. Forse dovremmo ripartire da qui, prima che il confronto sulla giustizia venga definitivamente degradato a spettacolo per nani e ballerine.