La comunità di San Patrignano diventa oggetto di studio, e non per le modalità di aiuto dei suoi ospiti. Nella comunità di recupero più grande d’Europa l’epidemia di Coronavirus ha colpito la metà dei ragazzi, 450 persone, nell’arco di due mesi, “ma nessuno di loro ha avuto bisogno di ossigeno”, spiega all’Adnkronos il dottor Antonio Boschini, responsabile sanitario terapeutico di San Patrignano.

I dati di questa che sembra una anomalia (positiva) sono stati trasmessi all’Istituto Mario Negri e ai ricercatori della Sapienza di Roma. Tutti i contagiati, racconta Boschini, lui stesso ex ospite della comunità, hanno contratto forme lievi della malattia: “E’ un fenomeno curioso. Qui nessuno beve, fuma, forse anche questo può avere aiutato. All’inizio ho dovuto affrontare dei casi di crisi di panico, due in tutto e all’inizio più che altro, quando non si conosceva il virus. Poi, quando hanno visto che i sintomi erano anche meno rispetto a quelli di una semplice influenza, si sono tranquillizzati”.

Boschini racconta all’agenzia i mesi complicati vissuti dagli ospiti dalla comunità con sede a Coriano, in provincia di Rimini, recentemente tornata al centro delle attenzioni e del dibattito dopo il successo della docu-serie di Netflix ‘SanPa’, che analizzava i metodi di recupero del fondatore Vincenzo Muccioli. “All’interno di San Patrignano quest’anno è stato un anno stranissimo, fatto di fasi diverse: il primo periodo, iniziato a marzo scorso, i ragazzi lo hanno sofferto per la paura legata alla poca conoscenza del virus. Hanno subito l’impossibilità di ricevere visite o andare, come previsto in una seconda parte del percorso, qualche volta a casa. Hanno subito molto la sospensione delle scuole e dei corsi di formazione. Tutto è stato fermo, cristallizzato”, spiega il responsabile sanitario terapeutico della comunità.

Gli effetti del Covid-19 si sono fatti sentire anche nell’organizzazione interna: “Quelli che stavano bene lavoravano molto di più per compensare il lavoro di chi non poteva, soprattutto nei settori produttivi mentre gli altri hanno dovuto subire un periodo idi inattività, che per una persona con dipendenze è molto doloroso”, racconta Boschini.

Per far fronte all’epidemia quindi i responsabili della comunità hanno creato dentro San Patrignano un’area residenziale “dove trasferivamo tutte le persone con tampone positivo. Qui i contagiati dal Covid potevano stare all’aria aperta, giocare tra loro, fare ginnastica”, continua Boschini. Sotto esame anche le ripercussioni psicologiche della malattia: “Abbiamo fatto dei test psicologici per vedere cosa è cambiato nelle persone prima e dopo il Covid, ma dobbiamo ancora elaborarli. Sicuramente non c’è stato un aumento del consumo di psicofarmaci, basso prima come adesso, né un incremento degli abbandoni della comunità”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia