Il primo fatto che colpisce è che il docufilm in 5 puntate SanPa, luci e tenebre di San Patrignano, è uno dei successi di Natale. Accanto alle serie più leggere come Bridgerton (comunque da non sottovalutare) troviamo nella top ten della piattaforma digitale il lavoro prodotto da Gianluca Neri e diretto da Cosima Spender. Regia superlativa, ritmo sostenuto, non ci si annoia un minuto. Lo stile è quello dei docufilm americani: niente voce fuoricampo, ricostruzione tramite materiale d’archivio, interviste ai protagonisti, montaggio incalzante.

Ma non si tratta certo di un argomento facile da affrontare: si racconta la nascita nel 1978 della comunità di San Patrignano per il recupero dei tossicodipendenti, delle idee di Vincenzo Muccioli, dei processi, del carisma, delle vite salvate e di quelle vite che invece venivano legate con le catene. In gioco c’è una domanda grande, enorme, che ci interroga anche oggi: è giusto, in nome della sua salvezza, privare qualcuno della libertà (e della dignità)?

Da qualche giorno si discute molto. E come se il tempo si fosse fermato e ci si divide in detrattori e in estimatori di Muccioli. La comunità di San Patrignano ha scritto un comunicato in cui prende le distanze dalla serie: sarebbe secondo loro una lettura tendenziosa. Invece, vedendola, si può verificare che le luci e le tenebre ci sono in egual misura e che i fatti sono fatti. Sia quelli delle vite salvate, sia quelli delle vite che volevano lasciare la comunità e che non potevano liberamente farlo: due si suicidarono lanciandosi dalla finestra. Allora la maggior parte delle persone stava con lui, con Muccioli, con i suoi metodi. Tra i pochi che contestavano il fondatore di San Patrignano a muso duro c’era il leader radicale Marco Pannella.

Il docufilm ricostruisce un’epoca, quella della fine degli anni Settanta, quando la protesta giovanile trova un killer micidiale: l’eroina. I sogni diventano incubi, una generazione rischia di finire sotto terra. E lo Stato, la politica, la società non ci sono. Il primo atto di accusa è contro di loro. Contro chi vede tutto questo accadere e non fa niente, non dice niente, si gira dall’altra parte. È in questo vuoto che si inserisce Muccioli creando da zero una sorta di Stato nello Stato: i giovani con problemi di droga arrivano da tutta Italia, fanno la fila, sperano in lui. Tutto questo in SanPa c’è. A tal punto che anche chi è sempre stato contrario al metodo Muccioli sente incrinare la propria certezza. Quelle persone, le loro famiglie, erano sole. E a San Patrignano trovavano un aiuto.

Ma andando avanti nella serie si capisce che quel metodo era intollerabile. Perché non è tollerabile che le persone venissero incatenate per giorni in luoghi degradati. Che non potessero andare via perché lui le andava a riprendere, che se dicevi qualcosa di sbagliato venivi punito. Metodi violenti che negli anni si fanno sistema nel sistema. E non basta dire questo, non basta denunciare questa violenza. Il problema di San Patrignano diventa anche un altro. Non solo i nuovi guai giudiziari del fondatore legati alle attività della comunità che nulla avevano a che fare con la cura dei tossicodipendenti, oppure l’omicidio di un ospite scoperto molti anni dopo. C’è il fatto che da quell’esperienza si è propagata una cultura della repressione, della criminalizzazione e del proibizionismo. Muccioli, prima della sua caduta, era considerato un santo, tutto ciò che diceva era un dogma. Nasce in questo clima la legge Vassalli Jervolino che pone le basi per la criminalizzazione dei tossicodipendenti. Mentre curava i singoli, Muccioli faceva sì che si affermasse una cultura del disinteresse, della punizione.

Arriviamo così a oggi. Il tema delle droghe è diventato un tabù e la cultura antiproibizionista è messa in un angolo. I giovani sono lasciati soli. Non se ne parla a scuola, non se ne parla nei media, se non davanti ai fatti di cronaca per denunciare, urlare, stigmatizzare. Sono in pochi quelli che svolgono il compito di informare, di distinguere per esempio tra droghe leggere e droghe pesanti, di spiegare i principi dell’antiproibizionismo, di stare vicini ai giovani senza doverli per forza giudicare. Tra questi ci sono sempre i Radicali e alcune associazioni come quelle che organizzano la campagna “Meglio legale”. Ma per il resto c’è il vuoto delle istituzioni. Forse anche per questo la serie piace anche ai giovani, perché finalmente trovano un testo che li aiuta a capire, a conoscere i fatti del passato ricostruendo una problematica molto complessa ma che li tocca da vicino.

In SanPa c’è anche molto altro: il ritratto dell’uomo di potere, la folla che lo ama, il processo mediatico, l’appoggio della famiglia Moratti e – tema a noi caro, ma purtroppo vero anche allora – della giustizia che si sostituisce alla politica. O meglio di una politica assente che abdica al proprio ruolo e lascia che sia la giustizia a fare i conti con l’esperienza di San Patrignano.

Torniamo così alla domanda iniziale, alla domanda che ci riguarda anche oggi: in nome della cura di una persona si possono mettere tra parentesi libertà e dignità? La risposta che viene fuori dalla serie, distribuita in 190 Paesi, è un netto No. Un No problematico perché non si può risolvere nel denunciare i metodi violenti, ma chiede che ci sia una presa in carico da parte delle istituzioni e della società. Presa in carico che oggi non c’è considerato che la maggior parte delle persone tossicodipendenti finisce in galera sola, abbandonata, senza futuro.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica