Piogge scarse e strutture inadeguate
Se i lucani si ritrovano spesso con i rubinetti chiusi, la colpa non è delle estrazioni di petrolio: i motivi della crisi idrica in Basilicata
Lungi dalla facile retorica ambientalista, alla regione manca una gestione efficiente dell’acqua
La Basilicata è una regione così ricca d’acqua da dissetare la Puglia e parte della Calabria. Eppure i lucani – proprio loro, i “padroni delle sorgenti” – da quasi due anni si ritrovano con i rubinetti chiusi di notte. A volte, d’estate, anche di giorno. Invasi al minimo, campagne in ansia, famiglie in difficoltà. Un bel paradosso, la terra dell’acqua che non riesce a dissetare sé stessa.
Non stupisce allora che, alla consueta assemblea aperta di Confindustria, venerdì scorso a Matera, il presidente Francesco Somma abbia supportato il governo regionale nel chiedere lo stato di emergenza per l’intera regione. La Puglia si appresta a fare altrettanto. Già da un mese la giunta regionale lucana ha dato mandato al presidente Vito Bardi di inviare la domanda al governo, anche con la richiesta di nominare un commissario per la gestione della crisi. La decisione alla luce dell’aggravamento della siccità, leggermente temperata dalle piogge degli ultimi giorni. Lo scorso 23 settembre, l’Osservatorio Permanente dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale ha indicato un livello di severità idrica “elevato” per il comparto potabile per i territori serviti dallo schema Basento-Camastra-Agri, dallo schema «Vulture-Melfese» e dallo schema «Collina Materana».
E tuttavia, come spesso accade da queste parti, nei momenti di crisi si corre a cercare il capro espiatorio preferito: le estrazioni petrolifere. Alcune associazioni ambientaliste – dal Movimento “Mo Basta” ai “Briganti d’Italia”, dai No Triv ai Volontari per l’ambiente – hanno ormai un’abitudine narrativa consolidata: se manca l’acqua, è colpa del petrolio. Punto. Poco importa che la Regione documenti come la crisi nasca da anni di piogge scarse, da invasi realizzati decenni fa e mai davvero ammodernati, e da una rete idrica che perde acqua come un setaccio. Molto più suggestivo immaginare che Eni, Total, Shell, le company dell’energia titolari di concessione in Basilicata, prosciughino l’Appennino.
Con un bel paradosso che arriva quando gli stessi ambientalisti tirano fuori la soluzione: il progetto Blue Water, l’impianto Eni per trattare e riutilizzare le acque di produzione, riducendo l’uso di acqua dolce. “Dov’è il Blue Water?”, chiedono polemicamente. Curioso: fino a ieri lo contestavano come fosse la grande trappola del Pertusillo, oggi lo reclamano. Prima si ostacola, poi si chiede il messia idraulico.
L’impianto non è ancora operativo e rappresenta effettivamente una grande soluzione industriale strutturale per una maggiore sostenibilità dei consumi idrici. Ma già oggi Eni, piaccia o no, è tra gli attori più attenti alla gestione dell’acqua in Val d’Agri. Non per bontà, ovvio: per compliance, per tecnologia.
Ma è complicato mettere le cose nel giusto ordine. E spiegare che la Basilicata non soffre la mancanza di acqua, soffre la mancanza di una gestione moderna dell’acqua. Gli invasi hanno una giacenza sedimentata di acqua e fango che ne riduce la capienza, le condutture sono piene di falle, le manutenzioni non sufficienti. Non è il petrolio a prosciugare la regione: è la storia di opere infrastrutturali che hanno fatto il loro tempo, è la tecnologia che nessuno ha aggiornato. Quanto a Bardi, la sua giunta ha varato un pacchetto di interventi concreti: nuove captazioni, potenziamento dighe, ammodernamento delle reti, collegamenti tra aree, digitalizzazione, investimenti pubblici per decine di milioni di euro. L’appello del presidente degli industriali è stato condiviso proprio dal governatore Bardi, che non solo lo ha raccolto, ma ha anche ricordato che oggi la Basilicata a soffrire non è solo per l’acqua, ma anche per il petrolio. Non perché – come sostengono gli ambientalisti – sono le estrazioni che prosciugano gli invasi ma perché le estrazioni sono scese, la produzione deli idrocarburi si è ridotta, le royalties pure.
Nell’immaginario della selva dei capri espiatori, il petrolio è certamente perfetto: è nero, visibile, odora di colpa. Molto più faticoso è spiegare che la crisi si risolve con scavi, cantieri, riparazioni, investimenti, digitalizzazione delle reti. È poco romantico, non genera retoriche da assemblea. Ma è ciò che serve. Somma, dal palco di Confindustria, l’ha detto con brutale chiarezza: senza le estrazioni, in questi vent’anni, la Basilicata non avrebbe fatto ciò che ha fatto. E anche oggi, mentre alcuni sognano un Eden post-petrolifero, la Regione scopre che il problema non è togliere l’industria, ma promuoverla. “La storia di questa regione – ha detto Somma– ci insegna una cosa semplice: quando il Sud ha scommesso sull’assistenzialismo ha perso; quando ha scommesso sull’industria, ha vinto. E la Basilicata questa storia ce l’ha scritta dentro. L’ha scritta in tutti gli insediamenti che hanno visto nascere, crescere e consolidare specializzazioni produttive che sono diventate eccellenze sulla scena globale”. E sull’energia: “Non è un capitolo, è la nostra identità. La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa è anche responsabilità nostra, con evidenti benefici connessi. Vanno integrate fonti fossili, rinnovabili e, quando disponibile, nucleare sicuro di nuova generazione”. Nel frattempo servono molti idraulici.
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