È iniziata una nuova stagione del risiko bancario italiano. Già l’offerta pubblica di scambio di Mps su Mediobanca, benedetta dal Tesoro, che è anche azionista della banca senese, e lo stop governativo all’operazione Unicredit–Banco Bpm hanno mostrato quanto sia fragile l’equilibrio tra vigilanza, politica e mercato quando c’è in gioco il controllo delle grandi banche quotate.

Nel caso Mps–Mediobanca, il governo ha scelto di non usare i poteri speciali, il cosiddetto golden power, lasciando che l’operazione seguisse il suo corso “di mercato”. Molto diversa la scelta compiuta sul fronte Unicredit–Banco Bpm, dove un decreto di Palazzo Chigi ha imposto condizioni così invasive da rendere di fatto impraticabile l’operazione e indurre Unicredit a ritirare l’offerta. In questo secondo caso, il golden power si è trasformato in una sorta di poison pill pubblica: uno scudo a difesa della banca bersaglio, sollecitato dai suoi azionisti di riferimento e attivato dal governo in nome dell’interesse nazionale, ma con effetti molto concreti sulla contendibilità del controllo.

A mettere un primo argine a questa lettura estensiva è intervenuto il Tar del Lazio, che con una sentenza di ottobre ha annullato alcune delle prescrizioni governative giudicandole sproporzionate e non sufficientemente motivate. Il messaggio è chiaro: il golden power non può diventare uno strumento di pianificazione dall’alto del sistema del credito, sovrapponendosi alle valutazioni – già molto stringenti – della Bce, della Banca d’Italia e della Consob.

Sul dossier Unicredit è poi arrivata anche la Commissione europea, che ha deciso di avviare una procedura di infrazione contro l’Italia: se un’operazione ha dimensione comunitaria, è Bruxelles a dover valutare l’impatto su concorrenza e stabilità, mentre gli Stati membri possono intervenire solo per ragioni di sicurezza pubblica in senso stretto, con misure proporzionate e non discriminatorie. Vedremo fino a che punto il governo difenderà il provvedimento: da un lato c’è la rivendicazione italiana di una “sovranità economica” a tutela del risparmio nazionale, dall’altro la strategia europea di favorire il consolidamento transfrontaliero per creare gruppi bancari in grado di competere a livello globale.

Nel frattempo, il risiko non si è fermato. L’uscita di scena di Unicredit ha spianato la strada a Crédit Agricole, oggi primo azionista di Banco Bpm con circa il 20% del capitale e la possibilità, in prospettiva, di salire ancora o addirittura di una fusione. Peraltro, la riforma del Testo unico della finanza, con l’innalzamento della soglia per l’opa obbligatoria dal 25% al 30%, renderebbe più semplice rafforzare la posizione senza lanciare subito un’offerta totalitaria. È il paradosso dell’eterogenesi dei fini: la difesa dell’“italianità” della banca lombarda ha finito per consolidare il potere di un grande gruppo francese, ben più di quanto avrebbe fatto l’ingresso del “campione nazionale” Unicredit.

Il vero nodo, però, non è il passaporto della banca che compra, ma la prevedibilità delle regole del gioco. Oggi qualunque operazione straordinaria nel settore del credito deve attraversare un labirinto di competenze: per chi investe, il rischio è trovarsi davanti a un percorso autorizzativo lungo, opaco e dominato da valutazioni difficili da anticipare.

Andrea Chiloiro

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