HAMMAMET

Stefania Craxi, senatrice e presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato, riflette sul lascito politico e morale del padre Bettino a ventisei anni dalla scomparsa, sul ruolo dell’Italia nel mondo, sull’Europa, sulla giustizia e sulle riforme che ancora attendono il Paese.

Senatrice Craxi, ogni anno questo anniversario riapre una ferita. È rabbia, dolore, orgoglio?
«Non provo rabbia. Non ho mai coltivato il rancore. Coltivo la memoria. E lavoro perché nel nostro Paese si facciano finalmente i conti con questa pagina di infamia».

Il messaggio lanciato da Crosetto, che quest’anno ha preso parte al ricordo della scomparsa di Bettino Craxi, ad Hammamet, è stato particolarmente forte.
«È stato importante. Un membro autorevole del Governo è venuto a ribadire che Bettino Craxi è stato un grande statista. Ne sono grata al ministro Crosetto. Ma voglio ricordare che in questi ventisei anni molte personalità istituzionali sono venute qui: dal presidente Casini al presidente Pera, dal ministro Tajani ai ministri Sacconi, fino al presidente del Senato lo scorso anno».

Colpisce però un’assenza…
«È un’assenza eloquente. In ventisei anni nessun esponente di rilievo della sinistra ha mai calcato la sabbia di Hammamet. È un silenzio rumoroso».

Craxi parla ancora all’Italia di oggi?
«Parla ancora al nostro tempo. A ventisei anni di distanza, il suo messaggio è attualissimo. In particolare sul piano internazionale. La sua visione resta di straordinaria attualità. L’idea di un’Italia e di un’Europa protagoniste sulla scena globale, capaci di difendere i popoli oppressi dalle dittature, è più attuale che mai».

Craxi fu una figura pioneristica, in Europa, su questi temi?
«Fu l’unico leader europeo vicino a chiunque nel mondo soffrisse per la privazione della libertà. Oggi, mentre le grandi organizzazioni internazionali non riescono a proteggerli, dovremmo seguire il suo esempio: stare accanto a chi lotta per la libertà, dal Venezuela all’Iran, dall’Ucraina in poi».

La crisi di Sigonella vide un confronto molto diretto con gli Stati Uniti. Craxi seppe tener testa, allora, al presidente degli Stati Uniti?
«Craxi non “mise a posto” il presidente americano. Pretese che il nostro più importante alleato rispettasse le leggi italiane e la dignità dell’Italia. Era un uomo dell’Occidente, ma rifiutava la subalternità. Le crisi di oggi richiederebbero lo stesso polso».

L’alleanza atlantica è ancora sostenibile senza subalternità?
«Assolutamente sì. È un’alleanza preziosa e ineludibile, ma va coltivata senza tentennamenti e senza sudditanze».

Il governo attuale sta tenendo questa linea?
«Il governo italiano è spesso accusato di sudditanza verso quello americano. Però ha firmato il documento europeo sulla Groeanlandia. Sta facendo un esercizio difficile e complesso di grande qualità diplomatica: tenere insieme l’alleanza atlantica e, al tempo stesso, lavorare perché l’Europa diventi un soggetto geopolitico autorevole».

Eppure l’Europa non è mai apparsa tanto fragile.
«Siamo arrivati al periodo più gravido di pericoli dalla Seconda guerra mondiale senza accorgercene. L’Europa è arrivata impreparata, senza una visione comune e senza strumenti di difesa adeguati».

Mentre trent’anni fa Craxi aveva anticipato qualcuno di questi rischi…
«Aveva lanciato avvertimenti chiarissimi. Era europeista, ma non voleva l’Europa delle banche e delle burocrazie. Voleva un’Europa dei popoli, capace di esprimere una politica estera e di difesa».

Anche il Mediterraneo era centrale nella sua visione.
«Senza una leadership nel Mediterraneo, l’Italia non avrebbe avuto un ruolo nel mondo. Craxi lo capì per primo. Anticipò il tema del Nord Africa, del mondo arabo, di ciò che oggi chiamiamo Piano Mattei».

Un’intuizione rivalutata solo oggi.
«Craxi era una Cassandra spesso inascoltata. I nodi che pose allora sono ancora i nodi della politica di oggi».

A proposito del Piano Mattei, le opposizioni lo accusano di essere vuoto.
«Non è vero. Ha indicato una strada. L’ha indicata all’Unione Europea, l’ha indicata al G7. Sta attirando investimenti privati e il coinvolgimento di istituzioni come la Banca Mondiale».

Tra due mesi si vota anche per il referendum sulla giustizia.
«È un referendum garantista. Separazione delle carriere, sorteggio, doppio CSM: battaglie storiche dei socialisti, per citarne uno Giuliano Vassalli, e naturalmente di Bettino Craxi».

Una riforma necessaria?
«Serve a ristabilire il giudice come parte terza e a liberare il CSM dal cappio delle correnti. Craxi fu vittima di una giustizia che agiva per via politica».

E la “Grande riforma” delle istituzioni, quella che Craxi agognava, sarà il presidenzialismo?
«Craxi la immaginava non solo presidenzialista ma complessiva, capace di investire tutti i campi della vita civile. Quella riforma, sinceramente, ancora non la vedo».

Che leader era Craxi?
«Era un decisionista che ascoltava tutti, poi decideva. Veniva da una famiglia antifascista e non ci ha mai insegnato a odiare gli sconfitti della storia. Pensava a una pacificazione nazionale. È stato una personalità gigantesca, irriproducibile. Irripetibile».

Ad Hammamet vedo un bel gruppo di giovani che continuano a studiarlo e a onorarne la memoria. Che cosa li spinge?
«Hanno capito due cose fondamentali: che Craxi ha dedicato quarant’anni della sua vita al Paese, che chiamava patria, e che ha sempre difeso il primato della politica. Questo è il suo insegnamento più prezioso».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.