Esteri
Svizzera, il referendum sulla neutralità e la frattura della destra europea su Mosca
In Svizzera domenica si è tenuto un referendum sulla neutralità, portato avanti dallo slogan «No alla guerra, sì alla neutralità». I cittadini erano chiamati a scegliere se emendare la Costituzione inserendo una definizione più rigida della neutralità, in un Paese che ha fatto di questo principio uno dei pilastri della propria identità nazionale sin dal 1815, quando il Congresso di Vienna ne riconobbe la neutralità permanente: uno strumento per garantire indipendenza, sicurezza e autonomia dalle grandi potenze. La neutralità svizzera, tuttavia, non è mai stata una dottrina immutabile: la sua applicazione è cambiata in funzione del contesto internazionale.
Durante le due guerre mondiali del Novecento la Svizzera mantenne la neutralità, ma non una neutralità disarmata: sviluppò una forte difesa militare e mobilitò le proprie forze armate. Dopo il 1945 la neutralità divenne progressivamente anche uno strumento della politica estera, mentre Ginevra si affermava come centro della diplomazia internazionale e della mediazione Nel 1996 la Svizzera aderì al Partenariato per la pace della NATO e nel 2002 entrò nell’ONU. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha inoltre adottato gran parte delle sanzioni UE contro Mosca.
Per Pro Schweiz e per il partito sovranista di destra UDC – Unione democratica di centro –, principale forza politica del Paese, la neutralità svizzera negli ultimi anni è stata interpretata in modo troppo elastico. L’iniziativa, sostenuta dall’ex consigliere federale Christoph Blocher, chiedeva di inserire nella Costituzione il principio di una neutralità «permanente e armata».
Il referendum ha respinto la proposta con il 70% di voti contrari e una partecipazione del 47,1% degli aventi diritto. L’iniziativa prevedeva di vietare le sanzioni contro gli Stati belligeranti, salvo quelle decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, e di limitare la cooperazione con alleanze militari o difensive ai casi di aggressione diretta contro la Svizzera o di preparazione di un simile attacco.
Il 94% dei simpatizzanti del Partito socialista ha votato No, mentre solo il 19% dei Verdi si è schierato per il Sì. Il voto ha mostrato differenze territoriali e sociali: il No è stato particolarmente forte nelle aree urbane, mentre il Sì ha ottenuto percentuali maggiori nelle zone rurali. In Ticino il No si è fermato al 51,75%, nei Grigioni al 66,6% e ad Argovia al 70%. Nessuno dei 26 cantoni ha approvato l’iniziativa. La fascia più anziana ha votato maggiormente per il No, mentre le persone a medio-basso reddito hanno votato maggiormente per il Sì.
Il risultato non significa un abbandono della neutralità, che resta pienamente in vigore. A essere respinta è stata l’idea di trasformarla in un vincolo costituzionale più rigido, riducendo il margine di manovra del Consiglio federale e del Parlamento. La Svizzera può quindi mantenere la cooperazione di sicurezza con i partner europei e con la NATO e continuare ad adottare sanzioni contro la Russia.
La neutralità deve servire a preservare la sicurezza e l’indipendenza della Svizzera, evitando il coinvolgimento nei conflitti, ma senza impedire al Paese di reagire pragmaticamente ai cambiamenti dello scenario internazionale. È la conferma di un modello in vigore, nella sua forma moderna, da oltre due secoli. Lo storico Sacha Zala ha descritto la neutralità come una costruzione profondamente identitaria della Svizzera: più che una semplice dottrina di politica estera, un pilastro dell’identità nazionale.
Mosca ha seguito la campagna referendaria e ha sostenuto le posizioni favorevoli a una neutralità più rigida, criticando la cosiddetta neutralità «a geometria variabile» della Confederazione.
Il referendum mostra così una frattura che attraversa anche le diverse famiglie della destra sovranista europea: tra le forze che considerano la Russia una minaccia alla sicurezza europea e quelle che vedono nelle sanzioni e nel sostegno militare a Kiev un cedimento della sovranità nazionale. È una frattura che riguarda almeno tre questioni: sanzioni, sostegno militare all’Ucraina e rapporto con la NATO.
I Conservatori dell’ECR, tra cui Fratelli d’Italia, PiS polacco, Sweden Democrats e Finns Party, hanno mantenuto posizioni più favorevoli al sostegno all’Ucraina e più dure nei confronti di Mosca.
Nei Patriots for Europe Fidesz di Viktor Orbán e FPÖ austriaco sono tra le forze più critiche verso sanzioni e sostegno militare a Kiev. Nello Europe of Sovereign Nations di AfD ci sono le forze più critiche verso le sanzioni alla Russia e il sostegno militare a Kiev.
I partiti sovranisti non pongono più al centro l’uscita dall’Unione europea: contestano le politiche europee rimanendo all’interno delle istituzioni. Il discrimine è diventato la politica estera e il rapporto con Mosca.
Il referendum diventa così un caso significativo della più ampia discussione europea su quanto la sovranità nazionale debba prevalere sulla costruzione di una politica comune di sicurezza e sulla risposta occidentale alla Russia.
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