Aria fiduciosa
Legge elettorale: la scommessa di Meloni, per ora, è salva. Il voto segreto non fa più paura
Ci ricordiamo tutti l’incidente di luglio alla Camera dei deputati sull’emendamento sulle preferenze. L’opposizione “democratica” allora esultò per il mantenimento dei listini bloccati. Qualcuno tuonò che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni era spacciata ma no, Giorgia non si è arresa. La riforma sulla legge elettorale è poi passata al Senato dove, nell’arco di poche settimane, è stata esaminata e approvata. Ritmo serrato per tornare in tempo alla Camera prima dell’incardinamento di un’altra patata bollente, ossia la legge di bilancio.
La riforma elettorale dovrebbe incassare l’ok definitivo la settimana prossima; intanto, ieri il voto segreto sulle cinque pregiudiziali di costituzionalità presentate dal Partito democratico, dal Movimento cinque stelle, da Alleanza verdi e sinistra, da Italia viva e da Più Europa. La maggioranza ha respinto – 229 onorevoli contro 151 – le pregiudiziali delle opposizioni. Il primo voto segreto di questa terza lettura non ha spaccato, quindi, il centrodestra. La scommessa di Meloni, per ora, è salva. L’allerta, però, era alta. Il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, dopo aver lanciato l’appello – “è il momento della massima responsabilità” – aveva assicurato la “massima vigilanza”. Il timore di possibili franchi tiratori c’era, eccome. Seppur il centrodestra – sì, ma con il voto palese – ha già dimostrato al Senato di esser coeso, è cosa nota che – tra i parlamentari di maggioranza – ve ne siano di non particolarmente entusiasti di questa riforma. Non siamo ipocriti.
Le preferenze sono – lo sosteniamo da sempre in queste pagine – una battaglia di civiltà, un vero strumento di democrazia, ma si sa, a chi da trent’anni ha sempre fatto affidamento alle logiche di partito, scordando territorio e cittadini, piacciono poco, se non per niente. Ha prevalso forse – in questo primo passaggio “tecnico” – la scelta del male minore. Del resto, checché se ne dica, le conseguenze che deriverebbero dalla bocciatura della riforma – ossia Meloni che sale al Quirinale per rimetter il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – non se le può permettere nessuno, neanche il campo largo che continua ad attaccare l’esecutivo.
Commentando i tabulati della votazione a scrutinio segreto, il responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha notato, “sono sette i voti in più rispetto ai numeri odierni della maggioranza”. “I numeri sono chiari”, ha precisato il Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani. In Aula l’onorevole della Lega Igor Iezzi ha ribadito il placet del Carroccio, “la sovranità appartiene al popolo, non al Nazareno. Con questa legge sarà rispettato il dettato costituzionale”.
Insomma, a destra al momento tira un’aria fiduciosa. Meno buona l’atmosfera, invece, nel centrosinistra che anche questa volta – non siamo stupiti – aveva tentato di sfruttar la carta della Costituzione per affondare la riforma. Qualcuno lo ha fatto anche con una certa “fantasia”. L’onorevole Alfonso Colucci del Movimento 5 Stelle ha bollato la legge come “un disperato tentativo di essere imbullonati alle poltrone”. Curiosa affermazione detta da chi proviene da un partito che, agli albori, propugnava il limite di due mandati salvo poi gradir fin troppo la permanenza nei palazzi del potere. L’onorevole Roberto Giacchetti ha preferito invece ironizzare sull’ampia presenza di ministri in Aula, “tutti qui per ascoltare me? Vi ringrazio”. Tra le fila del Partito democratico, l’onorevole Gianni Cuperlo ha persino agitato la bandiera antifascista, “a voi la stabilità sta a cuore quanto il 25 Aprile”. E così, tra l’orgoglio del centrodestra compatto e le pregiudiziali del campo largo, si preannuncia la settimana prossima un valzer elettorale allegro, con brio.
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