Solitamente è la politica estera ad avere ripercussioni su quella interna. Ma Donald Trump riserva sempre grandi soprese. Ecco quindi perché il caso della comunità somala di Minneapolis porta a una domanda molto banale: quali sono gli interessi degli Stati Uniti in Somalia?

Le violenze in Minnesota hanno visto protagoniste una minoranza appunto somala, emigrata in Usa, definita “spazzatura” dal presidente Trump e primo bersaglio dei famigerati agenti dell’Ice. A sua volta la deputata democratica Ilhan Omar, anche lei di origine somala e prima donna musulmana eletta al Congresso a Washington, è stata aggredita durante un incontro pubblico nel municipio di Minneapolis da un uomo che le ha spruzzato addosso un liquido di non meglio precisato tipo. L’esponente democratica non ha riportato danni fisici e ha proseguito il suo discorso.

Trump ha detto alla stampa che «la Somalia non è un Paese». Forse è un po’ esagerato. In teoria, si dovrebbe dire che è uno “Stato fallito”. Ma proprio l’assenza a Mogadiscio di qualcuno che possa agire in maniera formale, contro gli eccessi verbali del presidente Usa e ancor più a difesa dei connazionali espatriati, è la conferma che il Paese africano sia nelle mani di nessuno. Tuttavia, questo fa riflettere su quanto gli Stati Uniti possano permettersi una qualche disinvoltura nei confronti della regione. Traffici commerciali, sicurezza contro terrorismo e pirateria, ma anche equilibri strategici tra le grandi potenze. Questo è il Corno d’Africa. Da qui la necessità di Washington di rilevare, nel 2002, la dismessa base francese di Camp Lemonnier e farne una propria “sentinella” permanente che controlla il territorio e l’imboccatura del Mar Rosso nel Golfo di Aden. A Camp Lemonnier sono di stanza circa 4mila militari Usa ed è la sede del Combined Joint Task Force – Horn of Africa (Cjtf-Hoa), di fatto il cervello nevralgico dell’Africom, il comando americano in Africa, da cui dipendono tutte le operazioni ordinate dal Pentagono sul continente.

All’Africom fanno anche riferimento le “missioni di paternariato”, note più volgarmente come guerre per procura. Ovvero quegli interventi militari in loco in cui Washington non può metterci la faccia, ma sul cui tavolo piazza equipaggiamento, addestramento e ovviamente risorse finanziarie. Va ricordato che la battaglia di Mogadiscio, nel 1993, che ha visto la morte di 18 soldati americani – sarebbero stati di più senza l’intervento salvifico dei blindati italiani – ha rappresentato il peggior trauma militare per l’opinione pubblica Usa dai tempi del Vietnam e fino all’11 settembre 2001. Ecco perché parlare di Somalia al cittadino americano medio over-40 suscita ancora qualche brutto ricordo. Detto questo, al-Shabab e Isis restano i nemici principali per gli Usa. Inoltre, la presenza degli Houthi nel mare prospicente e sulla terraferma yemenita porta a dire che l’ingaggio è finalizzato anche in prospettiva anti-iraniana. C’è poi la Cina, pezzo da novanta per l’America. Logicamente non per via militare. Anche se un colpo potrebbe sempre partire. Dal 2017, il People’s Liberation Army ha installato una sua “Support base” a Djibouti, un hub logistico, anti-pirateria e a protezione degli interessi commerciali di Pechino. Le due infrastrutture militari distano solo dieci chilometri. È il punto più ravvicinato al mondo tra le due superpotenze.

Questo “check point Charlie” africano si riflette nelle attività civili sviluppate da entrambi i governi, negli ultimi decenni, sul Corno in particolare e da qui nel resto dell’Africa. Somalia, Etiopia ed Eritrea rientrano nella Belt and Road Initiative, la nuova via della seta cinese. Stando al World investment report 2024, finora il più aggiornato, della Conferenza Onu per il commercio e lo sviluppo (Unctad), l’Africa è stata beneficiaria di 97 miliardi di dollari degli investimenti diretti globali. Di questi 7,8 miliardi sono di provenienza Usa, contro i 3,4 miliardi cinese. Il sorpasso, che risale al 2023, risulta fisiologico. Dal momento che gli investimenti Usa sono più diffusi in tecnologia, servizi, energia rinnovabile e progetti ad alto valore aggiunto, rispetto ai grandi interventi di costruzione fisica elaborati da Pechino. Sviluppare mercati energetici sostenibili richiede competenze, regolamentazioni e capitali privati. E soprattutto un tempo lungo di consolidamento. Installare un porto o una diga necessita di risorse ingenti all’inizio che poi crollano una volta avviata l’infrastruttura.

Tutto questo è però oggetto di revisione da parte dell’Amministrazione Trump. Se il presidente resterà coerente con la sua “dottrina Donroe” e l’ideologia Maga, è palese che l’Africa sia esclusa dalla nuova sfera di influenza americana. Del resto il Mar rosso è più strategico per le rotte Cina-Europa che per quelle tra l’Estremo oriente e gli Stati Uniti. Ma è anche vero che il confronto tra le due superpotenze rivali ha poco a che fare con la limitatezza dei confini geografici.

Nota finale. Si dirà che da queste riflessioni sono del tutto estranei europei e russi. Per quanto gli interessi nostri e di Mosca sul continente africano non siano poca cosa, per l’Italia il Piano Mattei è epocale, nulla hanno a che fare con lo scontro bipolare tra Washington e Pechino.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).