Prima ancora della cattura di Maduro in Venezuela, la promessa di Trump di intervenire militarmente in Nigeria a difesa dei cristiani “perseguitati”, prospettata con alcune sue dichiarazioni lo scorso novembre, aveva trovato attuazione il giorno di Natale 2025: missili Usa, partiti da piattaforme situate nel Golfo di Guinea, avevano colpito bersagli strategici dei terroristi islamici dell’Isis, nello Stato di Sokoto, nel nord-ovest del Paese africano, al confine con il Niger. Questo almeno è quanto riferito da entrambe le Amministrazioni, americana e nigeriana, che nella circostanza avrebbero agito in maniera coordinata e sinergica, a seguito di opportune consultazioni operative tra i rispettivi Ministeri della Difesa (quello statunitense si chiama ormai da qualche mese Ministero della Guerra).

Si sa che le verifiche oggettive in Africa sono piuttosto complesse; ma le dichiarazioni pubbliche di Trump dopo l’avvenuto bombardamento lasciano qualche perplessità negli osservatori di questioni internazionali. Infatti non è stato specificato né di che basi eversive si trattasse, né a chi appartenessero, né la zona precisa colpita, né quali leader delle formazioni terroristiche siano stati eliminati. Ci si chiede anche il perché della scelta di Sokoto, dove sono state poche le incursioni terroristiche recenti, e dove opera invece un’organizzazione dedita al banditismo comune, denominata Lakurawa; e non piuttosto lo Stato di Borno, nel nord-est del Paese, base delle operazioni di Boko Haram, la più nota delle formazioni fondamentaliste. Hegseth, il controverso ministro della Guerra americano, ha solo indicato, con un suo messaggio sui social media, che l’operazione è stata un successo, e che altre simili seguiranno; mentre le Autorità nigeriane hanno assicurato che non si riscontrano vittime fra i civili (come questi ultimi possano distinguersi dai terroristi resta abbastanza misterioso).

L’operazione militare, ad ogni modo, non è stata rivolta, come originariamente ipotizzato dal Presidente Trump, contro il governo nigeriano e il Presidente Tinubu, a suo dire incapace di proteggere le popolazioni cristiane, ma anzi in collaborazione con l’esecutivo di Abuja, che ne avrebbe condiviso le finalità. È altamente improbabile tuttavia che ulteriori iniziative militari statunitensi possano risolvere il complesso intreccio di concause delle violenze in Nigeria, che dal 2019 al 2023 hanno provocato, secondo l’Observatory for Religious Freedom in Africa (ORFA), oltre 31.000 vittime civili, fra cui circa 16.500 cristiani e 6.500 musulmani, in scontri fra etnie, bande criminali, contrabbandieri, opposte fazioni; mentre secondo ACLED, organismo indipendente che pubblica dati statistici sulle vittime di combattimenti nel mondo, solo nel 2025, nel Paese sono state circa 12.000 le vittime di confrontazioni violente.

In Nigeria, come in altre parti del continente, è quasi impossibile affidarsi alla sola forza delle armi, per quanto efficaci ed avanzate tecnologicamente esse possano essere, per sedare i conflitti. Come abbiamo già scritto in queste pagine, quelli nigeriani sono problemi atavici, che non riguardano soltanto le relazioni fra le due maggiori religioni, cristiana e musulmana, ma toccano quelle fra numerose etnie locali; fra pastori itineranti peuls e agricoltori sedentari yoruba per le poche terre fertili disponibili; fra i 37 Stati federati che compongono il Paese; fra spinte accentratrici e federaliste; fra élites ricche e masse di giovani poveri e senza prospettive; fra formazioni terroristiche, criminali comuni, ed esercito regolare. Se ne sono resi conto anche i mercenari russi intervenuti dal 2020 con poco successo in Sahel a sostegno dei colpi di Stato militari in Niger, Burkina Faso e Mali per combattere al fianco degli eserciti regolari i terroristi dell’Isis e del Jnim, i quali invece addirittura avanzano e riportano vittorie sul terreno. E se ne resero conto gli stessi americani in Somalia, nel 1993, quando circa 25.000 soldati “a stelle e strisce” dovettero ritirarsi ingloriosamente, a seguito delle ingenti perdite negli scontri con le potenti bande locali dei “signori della guerra”.

Il bombardamento americano trova verosimilmente la sua spiegazione nel tentativo di placare per questa via le pressioni degli ambienti religiosi cristiani della destra conservatrice all’interno degli Stati Uniti, e anche con la possibilità di nuovi affari americani legati al gas, al petrolio e alle terre rare nigeriane, che negli ultimi anni avevano trovato sbocco principale verso Pechino, piuttosto che verso Washington. La situazione nigeriana e le numerose vittime civili dovute al terrorismo e al banditismo confermano un fenomeno dilagante in Africa: la perdita di controllo da parte degli Stati (fra cui appunto la Nigeria) di ampie parti del loro territorio, in cui i governi non riescono più ad erogare i servizi di base essenziali, generando vuoti di potere di cui profittano il terrorismo, la criminalità comune o le forze separatiste.

Piuttosto che di nuove armi e iniziative militari, il continente sembra avere più che mai bisogno di operazioni di “good governance”, le quali sono però molto più complesse e rischiose da mettere in campo per ciò che resta dell’Occidente, e non godono al momento del favore politico generale, maggiormente incline all’intervento dimostrativo e “muscolare”.

Giuseppe Mistretta

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