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Veneto, il lavoro che uccide. 3 decessi ogni 100mila occupati, il rovescio del Nordest operoso
Per capire perché il Veneto continui a pagare un prezzo così alto al lavoro che uccide, bisogna guardare alla forma stessa del suo modello produttivo. La piccola e media impresa è la spina dorsale del Nordest: una rete capillare di aziende che ha fatto la fortuna della regione, ma che è anche, statisticamente, il segmento dove la mortalità sul lavoro è più elevata. I dati nazionali sono impietosi: nelle aziende fra dieci e quarantanove dipendenti si registrano in media tre decessi ogni centomila occupati, ben sopra la media delle grandi imprese. È in questo strato che si concentra il cuore del distretto veneto, ed è qui che la prevenzione fatica a diventare cultura prima che adempimento.
Il problema non è l’assenza di norme, perché le norme ci sono e sono fra le più rigorose d’Europa. Il problema è la frammentazione delle filiere. Un capannone di subfornitura che lavora per un grande committente del lusso o dell’automotive opera spesso con margini compressi, tempi tirati e una catena di subappalti dove la responsabilità si diluisce a ogni passaggio. La formazione obbligatoria diventa un foglio firmato in fretta, il documento di valutazione dei rischi un esercizio notarile, il preposto alla sicurezza una figura nominale. Non per cattiva volontà degli imprenditori, che nella stragrande maggioranza dei casi conoscono i propri dipendenti uno per uno e ne portano il peso emotivo quando qualcosa va storto. Ma per un meccanismo strutturale che premia la velocità sulla cura, la consegna sul controllo, il prezzo finale sull’investimento in protezione.
Il Veneto operoso ha dentro di sé questa ambivalenza fin dalle origini: la stessa cultura del lavoro che ha trasformato un’area agricola in una delle locomotive economiche d’Europa porta con sé un’idea della fatica come destino, del rischio come mestiere, dell’incidente come fatalità. Sociologi come Aldo Bonomi hanno raccontato per anni la moltitudine al lavoro del Nordest come un corpo sociale che produce molto e si interroga poco su sé stesso. Oggi quella moltitudine sta cambiando volto — più anziana, più multietnica, più frammentata — e i vecchi automatismi non bastano più. Affrontare le morti sul lavoro come questione di sistema, e non come somma di episodi sfortunati, è il primo passo per riportare al centro una verità semplice: nessun distretto può davvero dirsi competitivo se la sua competitività è segnata da vite spezzate.
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